BLOODY MUSCLE BODY BUILDER IN HELL

Dopo che una telefonata a sorpresa interrompe il suo allenamento quotidiano, il muscoloso culturista Naoto (Shinichi Fukazawa) accetta di incontrare la sua ex fidanzata fotoreporter per aiutarla con la sua ricerca sulle case infestate. Accompagnato da un medium professionista, visitano una casa abbandonata, una volta di proprietà del padre di Naoto. Ma all’interno della casa si celano segreti oscuri e si ritrovano intrappolati e tormentati da un fantasma implacabile con un rancore covato per 30 anni.

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Lingua:  SUB 
sottotitoli a cura di Hywel

Titolo originale: Jigoku no chimidoro
Anno: 2012 I Paese: Giappone
Regia: Shinichi Fukazawa
Attori: Shinichi FukazawaMasaaki KaiMasahiro Kai
 

Nonostante la tematica molto singolare partiamo subito col dire che: no, non stiamo parlando di Anabolyzer del nostro caro Roger Fratter, bensì di Jigoku no chimidoro, titolo originale un pelo più modesto (infatti vuol dire solamente “inferno di sangue”) del più prolisso e pomposo Bloody Muscle Body Builder in Hell che onestamente non saprei come tradurre precisamente se non con “il muscolo sanguinario del body builder all’inferno”. Sparavamo dunque titoli a caso, ebbene come i turchi hanno i loro Guerre Stellari, Shining e Rambo, i giapponesi hanno un loro Evil Dead (in Italia, per chi ancora non lo sapesse nel 2019: La Casa). Qualcuno penserà: “Ma stiamo scherzando? Un becero tentativo di pubblicizzare una pellicola sconosciuta e venderla il più possibile sfruttando il successo e il lavoro di Raimi??” Non è proprio così. Mi sento di spezzare la lancia in favore di questo film assicurandovi che si tratta di un vero e proprio tributo accorato al capolavoro di Raimi. Sebbene per molti versi sia più simile ad un “reboot” di La Casa 2 che del primo capitolo. Perchè uso il termine “reboot”? Perchè stiamo parlando comunque di un’opera giapponese. E cosa non possono fare a meno i giapponesi quando si parla di horror? Dei fantasmi donna che tornano per vendicarsi! Bloody Muscle inizia infatti con gli stilemi più classici del ghost movie giapponese, ovvero con la millecinquecentesima riproposizione del tema “Il fantasma di Yotsuya” (una donna assassinata dal marito la cui gelosia e il cui rancore sono così forti da farla tornare in vita). Seguiamo infatti la trama come un qualsiasi j-horror fino al punto dove i riferimenti ad Evil Dead si fanno sempre più espliciti fino al ritrovamento di un fucile da parte del protagonista (interpretato dallo stesso regista Shinichi Fukazawa) che cita Ash esplicitamente pronunciando la parola “Groovy”, ricalcando con la carta carbone la scena del film di Sam Raimi. Da quel momento lo splatter e gli effettacci di bassa lega prendono il sopravvento su tutto e il senso si perde in quel piccolissimo spazio che è la casa-location del film, raggiungendo un livello di demenzialità che ricorda più La Casa 2 come accennavo prima. Passiamo alla curiosa vicissitudine di Bloody Muscle e di come è finalmente arrivato alla pubblicazione. Dal sito di Terra Cotta, l’etichetta inglese che ha pubblicato l’unica versione home video esistente, leggiamo:

“Dal Paese famoso per le sue videocassette maledette, arriva un “video bizzarro” dimenticato. Scovato in una misteriosa cantina di Tokyo e disponibile per la prima volta in Inghilterra.”

A quanto pare infatti, il percorso travagliato di questa pellicola inizia nel 1995, anno in cui Fukazawa butta giù un canovaccio per il suo “Inferno di sangue”. La lavorazione del film è qualcosa di faticoso e varie vicissitudini (come la mancanza di fondi economici) impediscono al regista nipponico di completare l’opera prima del lontano 2009. Nelle sale giapponesi il film arriverà solamente nel 2012 e nel 2014 viene proiettato un rimontaggio chiamato “complete edition” che gode di un passaggio in sala e anche di una meritata distribuzione in home video per la madre patria.  Da notare l’inserimento di alcune scene di solo splatter girate in digitale (probabilmente nel rimontaggio del 2014) che contrastano nettamente col girato in analogico. Curiosa scelta totalmente anti-stilistica, ma per un film “sticazzi” come questo, alla fine ci sta.

Scritto da Il Guardiano dello Zoo


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