FUGA DAL PARADISO

In seguito a una catastrofe ecologica, l’umanità è costretta a vivere sottoterra in piccoli cunicoli con l’unico conforto di soli, lune e diversi paesaggi proiettati su finte finestre. Teo (Josso) e Beatrice (Sastre) non vivono nello stesso cunicolo, ma si parlano attraverso uno schermo e, soprattutto, si amano.

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Titolo originale: Fuga dal Paradiso
Anno: 1990 I Paese: Italia
Regia: Ettore Pasculli
Attori: Fabrice JossoInés SastreHorst Buchholz
 

“Fuga dal paradiso” è film fantascientifico di taglio televisivo, prodotto dalla Rai e, tra gli altri, da Claudia Mori. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia risente di questa impostazione più da sceneggiato, forse preparato anche per il piccolo schermo che da lavoro pensato per il cinema.
Il genere post-atomico italiano, negli anni ’80, ha avuto fortuna sulla scia delle produzioni Usa quali: “1997:fuga da New York”, la saga di “Mad Max”, la saga de “Il pianeta delle scimmie e “Blade Runner”, oltre ad altri.
La fantasia, la tecnica delle riprese, le invenzioni degli effetti speciali nostrani e degli effetti splatter, oltre alla bravura dei registi, hanno reso possibile la realizzazione di opere di avventura, piene di inventiva; film, spesso, realizzati con pochi mezzi, ma capaci di destare l’interesse e l’entusiasmo degli spettatori. Commerciali, ma forti attrazioni capaci di riempire le sale dell’epoca.
Enzo G. Castellari, Sergio Martino, Aristide Mssacesi, Lucio Fulci, Ruggero Deodato, la coppia Mattei/Fracasso, tra gli altri, con uno o più film, hanno costruito con bravura il genere.
Il regista Ettore Pasculli affronta il tema, con questa opera prima, alla fine dello slancio pruduttivo e di idee del periodo, servendosi dell’aiuto finanziario della Rai in primis, con cui ha già lavorato.
Non sceglie di estendere ed approfondire la parte avventurosa, pur presente nella seconda parte, quanto di puntare ad un registro più interiore, più meditativo che svolga la storia dei due sfortunati giovani ad uso di riflessione degli spettatori sui disastri che la nostra società può compiere per distruggere la natura e il mondo civile.
Teo e Beatrice cercano di superare la loro solitudine e la loro cattività attraverso la fuga nell’incerto, ma con libertà; è il destino dell’uomo che sbaglia, si riscatta, affronta pericoli, ma è fautore del proprio destino.
Il film è compendio di cose già viste, negli anni, ma amministrato per rendere la visione gradevole fino alla fine dei non consueti 110 minuti.
Di maniera, dunque, ma con il supporto riuscito del cast, davvero di primo piano.
Van Johnson nella sua ultima apparizione cinematografica è il vecchio Teo narratore; Paolo Bonacelli, il capo dei reietti in superficie e Lou Castel un sopravvissuto. Ben guidati i due giovani protagonisti; Beatrice è Ines Sastre che rivedremo in molti altri film tra cui “Il testimone dello sposo” e “La cena per farli conoscere” di Pupi Avati.
Fotografia grigia e sgranata come lo scenario richiede.
Originali i cammelli utilizzati come cavalcature con selle a forma di scocca di motocicletta e i lanciafiamme come unica arma di offesa.
A merito della sceneggiatura aver evidenziato, nel 1990, l’invadenza della tecnologia, unico rifugio e ragione di vita degli abitanti del sottosuolo, con annessa pseudo chat-line consolatoria tra i due amanti virtuali che si accarezzano viso e mani sullo schermo gigante posto nelle loro solitarie camere da letto. Sviluppa, seppur con superficialità, il messaggio sociale pro difesa natura da salvare e non contaminare.
Il film trovò attenzione nella critica, ma scarso successo nelle sale.
Film da vedere, dunque, più per curiosità del fine genere e del periodo, senza infamia nè lode.
Scritto da Dino Marin [cinemaitalianodatabase]

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