NAKED POISON

Un giovane, appena uscito di prigione, vuole vendicarsi degli artefici della sua rovina: il pubblico accusatore e la sua incapace avvocatessa. Comincia dalla donna facendola ubriacare e dando poi la sua casa alle fiamme.

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Lingua: SUB
sottotitoli a cura di Vito

Titolo originale: Sau sing san yan lui
Anno: 2000 I Paese: Hong Kong
Regia: Man Kei Chin
Attori: Sammuel LeungGwennie TamSophie Chin Man Ngan
 

Non che ci sia molto da dire su questo Naked Poison. Difficile trovare un’angolazione critica dal quale guardarlo senza demolirlo (quasi) completamente. Eppure non è questo l’importante. Il film si tiene infatti ben lontano da ogni necessità critica. Non ne ha bisogno perché il suo obiettivo non è tanto risultare un bel film, quanto un film eccessivo. Com’è la norma nei Cat. III, questo è un film dove non si va molto per il sottile, e anzi la ricerca è proprio quella dell’effetto di repulsione / attrazione tipica dei prodotti che indagano i lati più oscuri e morbosi del carattere umano – non certo dal punto di vista psicologico, quanto da quello fisico / pulsionale – più che una ricerca estetico / artistica. Trama, personaggi, copione, ambientazione, situazioni sono tutte presentate in funzione di questo scopo primario. Una classificazione critica perde quindi ogni interesse – o meglio diventa inessenziale alla fruizione della pellicola.
Fatta questa doverosa premessa, cosa resta di Naked Poison? Una serie concatenata da un debole filo conduttore di aberrazioni sessuali assortite e di perversioni. Min è il nipote di un anziano dottore che usa ancora la medicina tradizionale cinese. Quando il vecchio muore, morso da uno dei suoi serpenti, il giovane si impossessa dei suoi libri (che il medico ha sempre voluto tenergli nascosti, a causa della sua propensione al ‘male’), sfruttandoli subito per prendersi una rivincita nei confronti del mondo e soprattutto delle donne. Min è infatti una sorta di reietto, pieno di complessi, i cui unici approci con l’altro sesso consistono nello spiare i suoi vicini mentre fanno sesso o nel fotografare di nascosto le donne che incontra per strada. Dalla morte del nonno le cose però cambiano. Scoprirà infatti una sorta di polvere che se ingerita è in grado di asseggettargli qualsiasi femmina, facendole poi dimenticare quanto lui abbia costretta a farle fare. La sua felicità pare poi accrescersi e raggiungere il culmine grazie all’inizio della relazione con una sua collega d’ufficio, l’unica che pare disposta a stargli vicino al di là delle apparenze. Il fatto è che Min, in un vero delirio di onnipotenza, commetterà alcuni errori, tanto che la polizia inizierà ad indagare su di lui…
Dal punto di vista dell’exploitation non ci si può lamentare. Naked Poison è un film morboso e malato quanto basta, che spinge però stranamente l’acceleratore molto più su scene di sesso e affini che su quelle di violenza o di sangue (le due cose sono di solito unite in altri film del genere). Gli attori sono completamente in parte, e soprattutto Samuel Leung (che recentemente pare essere dappertutto) è perfettamente a suo agio nel ruolo di un ragazzo magro e pieno di turbe, avendo l’aspetto adatto e le movenze necessarie. Sophie Ngan è come al solito ammaliante, ma è sicuramente messa in ombra da Tam Gwan Yi (Gwennie Tam), il cui sguardo dolce e innocente è perfetto nel ruolo della collega ingenua che crede che Min sia un ragazzo incompreso ma dal cuore tenero. La regia è funzionale e schizzata al contempo – la macchina da presa non sta mai ferma, ondeggiando perennemente sui e tra i corpi dei protagonisti, non dando un attimo di requie -, mentre la produzione non è lasciata a se stessa come ci si aspetterebbe, ma è anzi molto curata. Locazioni, vestiti, trucco, fotografia e via di seguito sono su livelli sufficienti, contribuendo a dare alla pellicola quell’aspetto così alla moda che la contraddistingue.
Per il resto nessuna illusione. Naked Poison è un film sconclusionato, con continui salti ed ellissi di sceneggiatura involontari, a tratti decisamente noioso, volendo anche un po’ ripetitivo. Prendetelo, insomma, per quello che é.

Recensione da Hong Kong Express