QUANDO L’AMORE E’ OSCENITA’

In una riunione simile a uno sorta di terapia di gruppo, un gruppo di persone che hanno “approfittato” della bella Mireille (Mirella Rossi) spiegano le ragioni dei loro comportamenti perversi, con l’aiuto dello psichiatra Ravaioli.

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Lingua: 

[la visione è riservata ad un pubblico maturo]

Titolo originale:
Quando l’ Amore è Oscenità
Anno: (1973) 1980 I Paese: Italia
Regia: Renato Polselli (accreditato come Ralph Brown)
Attori: Isarco RavaioliMirella RossiDino Strano 
 

Quello di Renato Polselli è un cinema marginale per vocazione, legato alla distribuzione regionale (da qui le numerose versioni esistenti di ogni sua opera) e votato alla non visibilità quasi in modo sistematico. I suo film sono tutt’oggi di difficile reperibilità, privi di un director’s cut (e pertanto di difficile classificazione e valutazione), più volte sono stati bloccati dalla censura, rimontati, ridoppiati, epurati di alcune scene e infarciti di inserti provenienti da altri film, rieditati, a distanza di anni, con inserti hard e infine occultati, nascosti, dimenticati, quasi come a non voler rivedere opere sì bizzarre ed eccentriche, talvolta ridicole e noiosissime, ma anche vitali, argute, spregiudicate e persino “politiche” nella loro ingenuità consapevole. Oscenità, film “gemello” di Rivelazioni di uno psichiatra sul perverso mondo del sesso, appartiene di diritto ai film “perduti”, inseguito dai collezionisti di mezzo mondo e la cui fama (s)cult è nettamente inferiore al contenuto del film: appesantito da una insostenibile logorrea dei protagonisti, condito da improbabili disquisizioni pseudo-filosofiche sul ruolo della donna, squarciato da improvvisi lampi orrorifici e taglienti, percorso da un malessere continuo e disturbante, è probabilmente, uno dei primi film italiani che contiene scene hard girate con gli stessi attori del film (e dunque non insertate successivamente) e ha una storia produttiva contingente a molte opere del regista.

Ricorda Renato Polselli: “Devo dire però che in quasi tutte le mie pellicole, anche quelle che ho diretto negli anni settanta,è presente un tentativo di denuncia. Oscenità, che inizialmente doveva chiamarsi Quando l’amore è oscenità, venne respinto dalla censura perchè, come tanti altri miei lavori, portava avanti un discorso contro il potere e contro i tabù che quest’ultimo è interessato a perpetuare e consolidare all’interno della società. In particolare, in Oscenità (negli episodi su Girolamo Savonarola e Galileo Galilei), mi scagliavo contro l’oscurantismo della Chiesa cattolica, ma la censura, come ho già detto,mi bocciò il film e io fui costretto a modificarlo e a farne un prodotto “femminista”, a favore delle donne e del loro diritto a non essere vessate dal maschio” (Andrea Di Francesco e Giuseppe Policelli per Nocturno Cinema n°2 – nuova serie – Dicembre 1996. pag. 75). Per fare ciò Polselli, non opera né tagli né particolari stravolgimenti, semplicemente fa ridoppiare il film (e infatti è spesso visibile come il labiale non corrisponda alle parole pronunciate) perchè come ancora egli stesso ricorda: “Il problema non erano tanto le scene spinte, perchè quelle trovavi sempre il modo di reinserirle; il dramma nasceva quando ti bocciavano la tematica del film, come è successo un paio di volte a me”(ibidem). Per realizzare Oscenità (nella prima versione) dunque, il regista parte da un presupposto ben preciso, che in fondo è sempre stato quello che ha guidato la realizzazione dei suoi film: “Non bisogna dimenticare che i poteri religiosi si sono impadroniti del pudore della massa popolare e li hanno travolti convincendoli che osceno era tutto quello che non stava bene al potere”.

La premessa “politica” della sua opera, venendo in contatto con le maglie censorie si trasforma in furia iconoclasta: egli espone l’osceno in maniera esponenziale (rispetto ai tempi, Oscenità è del 1973, ma esce solo nel 1980), senza lesinare su situazioni scabrose (nel film è presente un reale amplesso zoofilo con un mulo), senza arretrare di fronte all’immostrabile (l’orgia violentissima e grottesca che chiude il film), senza rinunciare alla pornografia inserita in un contesto narrativo (l’amplesso lesbico), e senza rinunciare alle sue ossessioni (la psichedelia e la sperimentazione). Quello che esce fuori da questi presupposti è un film privo di sceneggiatura, libero di orchestrare salti temporali e spaziali (che in ogni altro film sarebbero degli errori grossolani), anarchico e sperimentale nell’applicare codici della nouvelle vague come quello di far interloquire gli attori con il pubblico in sala, o tra di loro a distanza di tempo e in luoghi diversi, o addirittura tra spettatore del cinema e attore sullo schermo, compiendo un mirabolante exploit meta-cinematografico. Utilizza l’attrice Mireille come archetipo della donna e vi costruisce attorno una sarabanda di eventi che, da un lato pescano a piene mani tra le pagine più oscure della storia e dall’altro dalla sexploitation più spinta e volgare: l’intento illusorio è quello di impostare una critica feroce del maschilismo attraverso i secoli, il risultato oggettivo è una delle opere più “incredibili” mai realizzate in cui Caravaggio va a braccetto con l’hard, la parafilia è ormai divenuta norma e accettata socialmente, la violenza e la tortura un gioco per ricchi annoiati e l’educazione dell’infanzia la causa scatenante degli orrori dell’età adulta. Utilizza attori che si prestano a tutto, comprese le insostenibili (o risibili, a seconda dei punti di vista) masturbazioni femminili con coltello e candela accesa, che non recitano ma danno vita ad un carnevale isterico e sovra eccitato in cui, persino le parole pronunciate non hanno più senso se messe in relazione ai gesti inconsulti e istintivi messi in atto. […]

Scritto da Fabrizio Fogliato