BLOODFIST – PUGNI D’ACCIAIO

Jake Raye è un ex artista marziale ritirato che si reca a Manila per indagare sulla morte del fratello ucciso in una competizione di kickboxing. Sul posto viene allenato da un uomo di nome Kwong che lo informa dell’esistenza di un torneo in cui i partecipanti combattono fino alla morte e da cui solo il vincitore esce vivo. Jake viene inoltre a sapere che l’assassino del fratello sarà presente al torneo e decide di partecipare.

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Titolo originale: Bloodfist
Anno: 1989 I Paese: U.S.A.
Regia: Terence H. Winkless
Attori: Don WilsonJoe Mari AvellanaRob Kaman 
 

Chad Stahelski ha fatto gavetta come scagnozzo nei sequel di Senza esclusione di colpi, Gareth Evans ha pubblicato su Instagram un pezzo di collezione bluray che include Resa dei conti a Little Tokyo… I maghi dell’azione di oggi si sono formati con i piccoli cult di arti marziali che popolavano le serate di Italia 1 negli anni ’90. Prendendo il via dal recupero di Mark Dacascos come boss finale in John Wick 3, vi aiutiamo a riscoprire alcuni degli eroi di quella bistrattatissima era. A voi i #FigliDiKickboxer.

Nel 1998 a Hollywood si combatté una piccola ma importante guerra. Da una parte c’era Jerry Bruckheimer e la Touchstone Pictures, dall’altra Martin Davis e la Paramount. L’oggetto del contendere? Un meteorite. La storia è questa: i due studios avevano entrambi in canna un film la cui storia raccontava di un meteorite che si andava a sfrociare forte contro la Terra. I primi avevano lì pronto Armageddon, i secondi invece Deep Impact. Come mai due film uguali nello stesso anno,  vi chiederete voi. Bè, fuga di notizie, cose nell’aria… Non possiamo saperlo con certezza. Fatto sta che a quel punto, se ti capita una cosa del genere, la cosa importante è una e una sola: uscire prima al cinema in modo da n on farsi bruciare dalla concorrenza. Lo sanno anche quelli della Asylum che solitamente fanno uscire i loro Transmorphers prima dei Transformers ufficiali. Quell’anno uscì prima Deep Impact, ma se chiedete a me la battaglia la vinse Armageddon che sicuramente, anche grazie a quella canzone là e al livello incomensurabile di fregneria di Liv Tyler, riuscì a penetrare di più l’immaginario collettivo. Ma battaglie del genere si combattono tutti i giorni. Sono sempre esistite e sempre esisteranno. Anche in ambienti cinematografici leggermente meno altolocati rispetto alla Paramount o alla Touchstone. Volete una prova?

Siamo nel 1988. Menahem Golan e Yoram Globus della Cannon fanno uscire un film con questo attore belga pare molto bravo, tale Jean Claude Van Damme. Si tratta di Bloodsport – Senza Esclusioni di Colpi.  La storia è quella di un lottatore che, per vendetta, si iscrive a un torneo di mazzate mezzo illegale e violentisismo. Budget sui 2 milioni di dollari, incassi oltre i 60. Per la Cannon inizia subito la produzione di una pellicola semi fotocopia, Kickboxer – Il Nuovo Guerriero. Il film esce nelle sale l’8 settembre del 1989. Il budget è leggermente più alto, 2,7 milioni di dollari, ma gli incassi sono talmente tanti che nessuno si  lamenta, anzi. JCVD diventa il nostro idolo, vengono giurati ben quattro seguiti e una nuova saga reboot datata 2016. Insomma, raga: leggenda. Mentre veniva preparato questo piccolo ma importante tassello della storia del cinema, dietro le quinte era in corso una terribile guerra segreta. A schierarsi contro Golan e Globus, addirittura il mitologico Roger Corman che, il 22 settembre dello stesso anno, quindi solo quattordici giorni dopo, esce nelle sale con Bloodfist – Pugni d’Acciaio.

Vi racconto la storia. A voi l’ardua sentenza. Fuga di notizie? Elementi che erano nell’aria nel cinema di genere? Mah… Allora, il film si apre con un incontro di kickboxe. Un ragazzone americano le sta prendendo di santa ragione da un lottatore asiatico. Ad un certo punto però, realizzato che l’incontro è truccato, il ragazzone americano reagisce un filo eccessivamente e uccide di mazzate il suo avversario. Uccide nel senso che quello muore malissimo, eh? Cioè, non è un modo di dire. Lo ammazza. Per festeggiare si ubriaca ammeerda e va a barcollare in un vicolo buio. Qui, un’ombra lo assale e lo uccide. Stacco.

Siamo negli Stati Uniti e facciamo la conoscenza dei proprietari di una piccola ma onesta scuola di pugilato: Hal & Jake. Il primo è evidentemente un ex tossico che ha fatto tutti gli anni Settanta su una ruota sola e adesso sembra Phineas dei Freak Brothers. Il secondo, Jake, è il nostro protagonista, il carichissimo e vincitore di 11 titoli mondiali Don “The Dragon” Wilson, una leggenda delle arti marziali. Don ha disputato 82 incontri nella sua vita, di cui ben 72 vinti.  47 per K.O. Non male, no? Ecco, nella sequenza di presentazione, non ho esattamente capito il perché, il nostro si esibisce in una dimostrazione di fronte a dei bambini in cui prende a sberle una mega banana gonfiabile, che poi Hal, il drogato, fa esplodere con un trucchetto. Non ci credete? Tò mo la bananona.

Ma ecco che suona il telefono. È un poliziotto che chiama da Manila. A sentire la parola Manila, Hal, comincia a sbavare e a dire con aria sognante: “Mamma mia, Manila… Quanti bei ricordi che ho di quella città!”. mentre realizziamo che il socio del protagonista probabilmente ha dei precedenti per turismo sessuale, veniamo a conoscenza del fatto che quello che abbiamo visto morire nel vicolo buio era Mike, il fratello di Don The Dragon Wilson. Il quale ovviamente non ci pensa due volte e vola nelle Filippine. Una volta arrivato a Manila, il nostro eroe da prova di essere in grado di saper menare tre barboni senza denti che tentano di fargli la valigia, ma poi, lasciando intravedere doti deduttive che mancu li cani, si rende conto che il vicolo buio dove è morto male suo fratello Mike è di fianco al club del Red Hand, una segretissima scuola di arti marziali, dove ogni anno c’è un torneo indie, underground, violentissimo e senza esclusioni di colpi che eccetera eccetera. Vuoi vedere che Mike è stato ucciso da uno della Red Hand? Troppo facile, eh… Non ci credete? Tò mo il Maestro.

Jake, che vi ricordo è un pugile, due secondi dopo aver scoperto l’esistenza del torneo, fa la conoscenza di uno signore stravagante ma molto elegante che ha scritto in fronte: “sembro un signore stravagante ma possiedo in me i segreti delle arti marziali, se vuoi ti posso iscrivere io al torneo della Red Hand in modo che tu possa vendicare tuo fratello”. Egli diventerà il suo maestro alla scoperta della Kickboxe, al motto di: “Secondo te, Don The Dragon Wilson, è meglio menare uno con due arti o con quattro?”. Dopo aver conosciuto il suo maestro, Don va a bere una birra in un locale e qui incappa in Baby, un altro americano che capiamo subito essere uno scavezzacollo dal cuore d’oro. Ubriacone, donnaiolo, casinista e anche lui lottatore micidiale, Baby ha due o tre avvoltoi che gli girano sopra la testa e che ce lo fanno riconoscere subito come una delle figure chiave del film: la vittima sacrificale. Ma non finisce qui: Baby ha una sorella un po’ sboldra che ci viene presentata mentre balla da sola sul tetto di casa vestita come Olivia Newton John. Don la vede e si innamora. Non ci credete? Tò mo l’aggraziato ballettino.

Dopo più o meno cinquanta minuti di tedio, arriviamo al Torneo. Qui c’è l’unica sequenza degna di nota del film, ovvero la presentazione dei vari guerrieri che si sfideranno sul ring. Abbiamo quello cattivissimo sfregiato nella fazza e specializzato nei calci volanti, il tedesco simil Ivan Drago che si carica ascoltando del metal pacco in cuffia, il nero super carismatico e in grado di spaccare mattoni a uso ridere, ed infine il simil Tong Po, un armadio a sei ante con la crestina che 1) emana pure evil da tutti i pori e 2) e il meno dotato di tutti a simulare di colpire gli avversari durante gli incontri. Il torneo parte e, mentre aspettiamo che Baby muoia e che il protagonista arrivi in finale contro il simil Tong Po, Don e il suo Maestro tanta di capire chi è stato a uccidere Mike. Che incredibile mistero! Non posso dirvi niente di più per non rovinarvi la sorpresa (QUI METTO LO SPOILER, AMICO. SE NON LO VUOI LEGGERE SALTA QUESTA PARENTESI: l’assassino è proprio il Maestro che si vuole vendicare della morte di suo fratello ucciso da Mike. OK, SE VUOI PUOI TORNARE A LEGGERE, AMICO) ma diciamo che la trama è talmente complessa che ad un certo punto c’è uno che fa una pera di aiz a un mango. Non ci credete? Tò mo la siringata.

Bloodfist – Pugni d’Acciaio è un film nettamente inferiore sia a Senza Esclusioni di Colpi che a Kickboxer – Il Nuovo Guerriero. Principalmente perché Don The Dragon Wilson, anche se si sforza, non ha un decimo del carisma necessario per bucare lo schermo. Non solo perché chiunque nel film, anche la pazza muta innamorata di Baby risulta più interessante, ma perché dal punto di vista atletico non fa più o meno nulla di ragguardevole. La colpa è in parte sua e in parte del regista, Terence H. Winkless, qui a una delle sue prime prove soliste dopo aver fatto la seconda unità per Rollercar – Sessanta secondi e vai!, l’originale di Fuori in 60 Secondi. Winkless non sa da che parte cominciare a dirigere un combattimento di arti marziali e, anche se ha a disposizione una serie di veri campioni (oltre a Wilson, gran parte del cast viene realmente da campionati di Muai Thai o Kickboxe) fa una serie di pasticci abbastanza inguardabili. Invece di andare via dritti sul Torneo e sulle varie differenze di stile tra i vari partecipanti, ci si concentra di più sulla trama e sulla recitazione degli attori che, per essere magnanimi, lascia un po’ a desiderare. Registicamente parlando c’è tutto un armamentario di rallentì e grandangoli, ma manca una vera e propria idea di messa in scena. C’è una sola intuizione in tutto il film. I partecipanti al Torneo della Red Hand non possono assistere agli incontri degli altri avversari. Don vorrebbe vedere il suo amico Baby combattere ma una guardia gli sbarra la strada. Ecco allora che arriva un bambino che lo prende per mano e lo porta in un sotterraneo di fronte a un buco in un muro da cui si intravede un po’ del ring. La cosa poteva portare a qualche scelta interessante ma in realtà rimane solo un’intuizione. Peccato. Non ci credete? Tò mo il buco nel muro.

Recensione da I 400 Calci