IL TATUAGGIO DEL DRAGO: UNA CASCATA DI SANGUE

Giappone, 1930. Si è appena deciso il luogo in cui verrà allestita la grande esposizione di Tokyo e adesso bisogna scegliere la ditta che si occuperà dei lavori. I Tobimasa, stimata società edile, sembrano essere i prescelti tuttavia dopo aver fiutato l’affare il clan yakuza Akutsu ha deciso di interferire ricorrendo a metodi illegali. Contemporaneamente, causa congedo militare, ritorna in città Hidejiro (Ken Takakura) membro di spicco della famiglia Tobimasa al punto da prenderne le redini, scontrandosi inevitabilmente con il clan Akutsu…

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Lingua: SUB  

Titolo originale: Shôwa zankyô-den: Chizome no karajishi
Anno: 1967 I Paese: Giappone
Regia: Masahiro Makino
Attori: Ken TakakuraRyô IkebeSumiko Fuji 
 

Fra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta il cinema giapponese vive una profonda mutazione (crisi delle grandi Case di Produzione, avvento della televisione, difficoltà dei massimi autori a trovare nuovi finanziamenti) dando vita ad una vera e propria nouvelle vague ribelle e avanguardistica a scapito però degli anziani maestri sempre più rilegati ai margini ma non è il caso di Masahiro Makino, autentico stacanovista del settore cinematografico locale.

Masahiro Makino oltre ad essere un figlio d’arte, suo padre Shozo Makino è stato uno dei più importanti pionieri del cinema giapponese, nel corso degli anni si è ritagliato un ruolo fondamentale all’interno dello star-system dirigendo letteralmente di tutto, soffermandosi però con interesse sul jidaigeki (meritandosi l’appellativo di maestro del genere).

Chiusa una doverosa e rapida contestualizzazione sul periodo storico e sul regista possiamo iniziare a parlare del film evidenziando subito che si tratta del quarto capitolo di una lunga serie di opere (otto), tutte incentrate sul celebre Ken Takakura (la serializzazione cinematografica era molto in voga in quegli anni, basti pensare i venticinque episodi dedicati a Zatoichi e realizzati fra 1962-1973).

Masahiro Makino nel mettere in scena la pellicola punta sull’usato sicuro, proponendo un’intelaiatura da jidaigeki ma se prestiamo bene attenzione fin dalla prima sequenza emerge una chiara scritta in sovraimpressione: inizio era Showa.

Per i meno avvezzi alla storia del cinema giapponese si è soliti parlare di jidaigeki quando sono ambientati durante il periodo Tokugawa (1603-1868) o periodo Sengoku e ciò significa che il film in esame propone qualcosa di diverso e lo vedremo a breve.

Il regista è davvero bravo nell’amalgamare svariati generi.

L’inizio effettivamente è un tipico jidaigeki dedicato alla particolare rappresentazione di quel periodo (attenta ricostruzione del quartiere di Asakusa), però si avvertono anche i primi segnali di modernizzazione (l’automobile) richiamando la realtà contemporanea (l’allestimento per l’esposizione di Tokyo del film anticipa con lungimiranza l’Expo di Osaka del 1970).

Non mancano poi fugaci sollecitazioni al kokusaku-eiga, ossia film nazionalistici/propagandistici diretti in passato dal regista ed in special modo viene raffigurato il forte rispetto della popolazione verso l’esercito e lo conferma ad esempio il comportamento del fratello del protagonista, il quale non manca occasione di sottolineare fieramente il suo orgoglio verso il lavoro del suo consanguineo.

Un altro richiamo evidente è diretto al runpen mono, film sul sottoproletariato e non è un caso che gran parte dei soggetti in scena siano essenzialmente manovali edili e lo è addirittura il già citato fratello del protagonista. Continuando a sviscerare l’opera troviamo inoltre due vicende amorose interessanti (ninjo mono, film sentimentali) ed infine non dimentichiamoci del clan yakuza Akutsu (yakuza-eiga).

Su quest’ultimo aspetto bisogna soffermarci con la dovuta cautela ed infatti Il tatuaggio del drago- una cascata di sangue possiamo considerarlo un esempio intrigante del passaggio dal jidaigeki classico allo yakuza-eiga esploso proprio in questi anni, dove i valori solitamente incarnati dai samurai si trasferiscono nei nuovi protagonisti yakuza/criminali degli anni sessanta.

Nel clan Akutsu innanzitutto troviamo un membro (l’amico del protagonista) estremamente fedele ad un codice d’onore, lo stesso perseguito da Hidejiro tuttavia i restanti yakuza vengono rappresentati sotto una sfera assolutamente negativa; sono uomini dediti solo al guadagno e per soldi ucciderebbero chiunque compreso un loro fedele sottoposto.

Volando con la fantasia, la raffigurazione di un mondo yakuza crudele e senza ideali potrebbe essere letto come un omaggio allo yakuza-eiga del giovane Kinji Fukasaku, il quale aveva avuto l’onore di lavorare -in veste di aiuta regista- insieme ad Masahiro Makino nel 1954 (periodo in cui si faceva le ossa presso la Toei).

Un altro elemento determinante riguarda l’atteggiamento ed evoluzione del protagonista.

Hidejiro ritornato a casa dopo aver prestato servizio sotto le armi appare estremamente sicuro di sé ma nel momento in cui ricopre il ruolo di nuovo leader della famiglia Tobimasa emergono i primi dubbi al punto da non ritenersi degno di tale carica. Allo stesso tempo Hidejiro è la perfetta  incarnazione del giapponese moderno non per forza vincolato a rigide tradizione ed usanze e lo conferma la questione del “matoi” ritenuto un simbolo e poco più.

Concludiamo con il discorso registico e l’esperto Masahiro Makino prevalentemente si avvale di un approccio classico mascherando quasi totalmente il suo operato, dunque la macchina da presa è per lunghi tratti impercettibile tranne nel focoso finale dove l’azione irrompe maestosamente con un montaggio dinamico e particolari movimenti di macchina che seguono il protagonista trafiggere con una spada decine di yakuza seguito da un montaggio alternato utile ad accrescere la tensione.

Film raro di un maestro assoluto del cinema giapponese sconosciuto ai più.

Scritto da Andrea Venuti