LE AVVENTURE DEL RAGAZZO DAL PALO ELETTRICO

Hikari è uno studente liceale con un lampione che spunta dalla schiena e per questo viene oppresso dai suoi compagni. Ma è proprio grazie a questa sua particolare mutazione che verrà trasportato nel futuro e investito del ruolo di eroe per riportare la luce sulla Terra, ormai avvolta dalle tenebre dei vampiri Shinsegumi

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Titolo originale: Denchû kozô no bôken
Anno: 1987 I Paese: Giappone
Regia: Shin’ya Tsukamoto
Attori:  Kei FujiwaraNobu KanaokaN. Senba

Prima di sconvolgere e stordire il mondo intero con il delirante Tetsuo (Id., 1989), punto di non ritorno dell’intero movimento cyberpunk nipponico (e non solo), Shinya Tsukamoto aveva già avuto modo di sperimentare l’estetica rivoluzionaria che lo identificherà come uno dei principali innovatori dell’industria cinematografica sul finire del millennio. Già alle prese con le prime regie ad appena quattordici anni, il futuro regista di Tokyo Fist (Id., 1995) e A Snake of June (Rokugatsu no hebi, 2002), si cimenta con la camera super-8 donatagli da suo padre partorendo la bellezza di sette opere di durata variabile – dai dieci minuti alle due ore – nel breve arco di cinque anni. Ma è solo durante gli studi all’accademia d’arte, nel cuore degli anni Ottanta (periodo che per il cinema giapponese segna la definitiva crisi dell’industria, che andrà stemperandosi solo con la fine del decennio e ancor più con l’inizio degli anni Novanta), che l’idea di diventare regista prende seriamente corpo: nasce così il Kaiju Theater, gruppo teatrale con il quale Tsukamoto ha modo di affinare la propria ricerca estetica e poetica. Dopo il destabilizzante cortometraggio A Phantom of Regular Size (Futsu saizu no kaijin, 1986) che mostra già in nuce l’intero impianto immaginifico che proromperà di lì a pochissimi anni in Tetsuo, Tsukamoto lavora su un progetto ben più ambizioso rispetto a quanto portato a termine fino a quel momento.

Le avventure del ragazzo del palo elettrico (Denchu kozō no bōken, 1987) rappresenta il primo vero e proprio confronto dell’allora ventisettenne cineasta con un materiale dalla natura strettamente popolare: si tratta infatti di un’opera di fantascienza ibridata con l’horror che, seppur sui generis (basta in questo senso puntare l’occhio sull’assurda deformazione di cui è vittima il giovane protagonista per rendersi conto dell’anomalia che comunque aleggia sull’intero impianto narrativo), affronta i cliché propri dei due approcci senza sentire la necessità di doverli smentire o smitizzare. Sia il paradosso spazio-temporale, con Hikari che grazie al palo che gli spunta dalla schiena riesce a viaggiare attraverso il tempo, sia la natura ferina e maligna dei vampiri Shinsegumi, permettono di avvicinare Le avventure del ragazzo del palo elettrico a una cinematografia popolare alla quale per il resto della carriera Tsukamoto guarderà sempre da una certa distanza (fanno eccezione, ça va sans dire, tanto il film su commissione Hiruko the Goblin quanto, per lo meno in parte, i due episodi dedicati al Nightmare Detective). Ciò detto, sarebbe altrettanto errato immaginare questo primo mediometraggio di Tsukamoto – regista che tende naturalmente alla brevità, se si considera che a partire da Le avventure del ragazzo del palo elettrico solo tre film su quindici si ergeranno al di sopra dell’ora e mezza di durata – come un corpo avulso al resto della filmografia del geniale cineasta nativo di Tokyo. Al di là del mezzo usato, il sempre amato super-8, molti sono i punti di contatto tra le fantascientifiche avventure del giovane Hikari e i film che verranno prodotti di lì a breve. Già qui si può assistere a una vera e propria glorificazione dell’ipercinesi, attuata tanto attraverso l’utilizzo slabbrato e apparentemente fuori controllo della macchina da presa, quanto nelle pieghe di un montaggio schizoide, in cui l’universo della stop-motion e quello dei manga trovano la loro sublimazione. Fin dalle sue prime mosse, il cinema di Tsukamoto si dimostra straordinariamente inclassificabile, macchinario proteso alla più estrema e lucida delle sperimentazioni e allo stesso tempo affascinata dai sudori, dagli umori e dai liquidi della materialità industriale. Manca, ne Le avventure del ragazzo del palo elettrico, la lucida presa di posizione contro l’opprimente peso delle megalopoli contemporanee sui bisogni dell’uomo, e il tutto rimane circoscritto in un ambito maggiormente ludico: ma dopotutto non si è dichiarato, fin dal titolo, lo stato di “film d’avventure”?

Immersione senza bombola d’ossigeno in un ambiente malsano e destinato alla sua distruzione, Le avventure del ragazzo del palo elettrico permette ai fan del regista di aggiungere un ulteriore tassello al puzzle, e ai neofiti di entrare in contatto con una delle forme poetiche più destabilizzanti del Ventesimo Secolo, qui ancora in fieri ma già perfettamente in grado di assestare colpi all’immaginario collettivo. Come sempre, Tsukamoto segue da vicino ogni singolo passaggio produttivo dell’opera, dalla produzione agli aspetti più tecnici (fotografia, montaggio, scenografia, effetti speciali) dimostrandosi una volta di più vero e proprio uomo rinascimentale. Uomo/macchina a sua volta, uno e molteplice; parto di una società bipolare ma sempre protesa in avanti, alla spasmodica ricerca di una pace che non potrà mai essere ritrovata. Sempre che sia davvero esistita.

Questo testo è stato pubblicato per la prima volta nel 2010 all’interno di Nihon Eiga – Storia del Cinema Giapponese dal 1970 al 2010 (a cura di Enrico Azzano, Raffaele Meale e Riccardo Rosati)