E DIO DISSE A CAINO…

Un violento capobanda di periferia, che aspira a far “carriera”, dopo una serie di imprese criminali incappa, durante una rapina, nella polizia. Riesce a fuggire e si rifugia dalla moglie, ma è raggiunto e ucciso dagli agenti

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Titolo originale: E Dio disse a Caino…
Anno: 1970 I Paese: Italia
Regia: Antonio Margheriti (accreditato come Anthony Dawson)
Attori: Klaus KinskiPeter CarstenMarcella Michelangeli 
 

Nella pletora di spaghetti western che inondavano i cinema dei beati anni 60/70 spuntavano delle piccole gemme che nobilitavano un filone basato più che altro sullo sfruttamento intensivo di sangue e pistole negli scenari di Almeria, nei casi più ricchi, o di Sardegna e Lazio.

A questa élite di opere, interessanti e seminali per tanto cinema a venire, certamente appartiene questo western gotico del grande artigiano Antonio Margheriti (1930-2002). Figura particolare del nostro cinema di genere, Margheriti era soprattutto un esperto di effetti speciali. Voglio ricordare i suoi film di fantascienza, che magari oggi fanno sorridere ma tra i cui titoli abbiamo “Space men” (1960), che tanto impressionò Kubrick al punto di chiedere una consulenza tecnica al regista romano per “2001”, non si sa se andata in porto o meno. (IMDBla cita, non accreditata).

Ricordo anche la collaborazione con Leone in “Giù la testa”; sue sono tutte le esplosioni del film. Margheriti era anche interessante autore di film horror (vedi “Danza macabra”, 1964) e il western di cui tratto (scritto dal regista in collaborazione con Giovanni Addessi) ha delle fortissime connotazioni horror, al punto di sembrare quasi un remake del film citato.

Kinski è Gary Hamilton, ex militare nordista, al quale, dopo anni di lavori forzati comminati per una rapina di cui è incolpevole, viene concessa la grazia. Con un piccolo fardello raggiunge una diligenza per fare ritorno nel paese dove vive Acombarcolui che lo fece accusare e che è il possidente più ricco e autorevole. Nella diligenza viaggia anche il figlio di Acombar (Antonio Cantafora); Gary dice a questi di conoscere il padre e gli chiede di portargli i saluti. Ambasciata per la vendetta: giunto in prossimità del villaggio, Gary acquista da un vecchio un cavallo e un fucile e si appresta a perpetrare la resa dei conti. In lontananza, dal cielo, segnali di tempesta…

La caratteristica più evidente di questo personalissimo western è, come già detto, che assomiglia ad un horror. La storia si svolge di notte, nell’intemperia, finestresi aprono di colpo, come nella tradizione gotica italiana.

Annunciato da un metaforico tifone, Gary (canotta rossa, cappellaccio e uno scientifico desiderio di vendetta in corpo) è immortale e ad uno a uno elimina tutti gli ostacoli che Acombar gli para di fronte, senza sbagliare mai. L’idea è impressionante e funziona senza il dubbio dell’inverosimiglianza. L’invincibilità di Gary è componente necessaria per lo sviluppo del personaggio; egli incarna la Vendetta allo stato puro con tutta la feroce energia che essa contiene. A cornice di ciò l’unità di spazio e tempo: prologo a parte, il regolamento dei conti avviene tutto in una notte, nel ranch di Acombar, tra vento e pioggia. Gli scherani di Acombar soccombono davanti ad un gatto dalle mille vite, che scivola nel buio e nei nascondigli con una agilità felina, appunto.

Per contrasto, assistiamo alle scene in casa Acombar, col patriarca che sente giungere alla porta, passo dopo passo, la sua nemesi; assistiamo alla presa di coscienza del figlio di Acombar, ignaro di tutte le vicende e ai silenzi della moglie (Marcella Michelangeli) che sa tutto riguardo i segreti delle fortune di Acombar e della linea criminale seguita per ottenerle. Kinski è straordinario, come spesso gli succedeva in questi film: maschera di ghiaccio percorre il tempo e la distanza con la lucidità e la certezza di vincere che il suo odio gli dona. Carnstern, nonostante le fattezze troppo tedesche dell’attore, rende efficace il suo personaggio, fragile nonostante la durezza, quasi sapesse in fondo a sé che tutte le sue fortune sarebbero crollate nel giro di poche ore.

Il resto del cast contiene molte facce un po’ tirate via (tra cui il personaggio del maggiordomo, interpretato dal nostro impagabile Giacomo Furia); il dècormantiene sempre un po’ i tratti grandguignoleschi del western italiano (e però è volutamente degno di un horror) ma ciò non inficia il risultato complessivo del film che, in fondo, è basato su un triangolo: Gary Hamilton/Acombar/figlio.

Nonostante le sue qualità, questo piccolo gioiello del western nostrano è troppo poco ricordato; difficile è anche recuperarlo a meno di non rintracciarlo durante un raro passaggio notturno sui canali Mediaset, in 4/3 con i colori sgranatissimi o di procurarsi il dvd tedesco. Altrimenti c’è il mulo…

Recensione da Vilmes

Grazie a Film&Clips


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