LA ORCA

Una banda di sprovveduti sequestratori cattura una ricca studentessa. I delinquenti sono Gino, giocatore di biliardo a duecentomila per partita, Paolo, meccanico e contrabbandiere di sigarette nonché amante della moglie di Gino, Michele, pescatore calabrese immigrato da poche settimane nel nord. La ragazza, Alice è custodita in un casolare, guardata a vista da Michele, stordita con sedativi, ha nella borsetta una copia del romanzo “Horcynus Orca” di Stefano d’Arrigo. Lasciato solo e a stretto contatto, Michele aiuta Alice nelle necessità fisiologiche, le fa il bagno, la piega alla propria sensualità rozza e romantica. Alice sfrutta la situazione e schiavizza il giovanotto mentre il riscatto tarda ad arrivare. Arriva invece la polizia che, arrestati Paolo e Gino, circonda il casolare.

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Lingua:
[la visione è riservata ad un pubblico maturo]

Titolo originale: La Orca
Anno: 1976 I Paese: Spagna
Regia: Eriprando Visconti
Attori: Michele PlacidoRena NiehausFlavio Bucci
 

Film  scabroso, che suscitò molto scalpore alla sua uscita negli anni ’70, per alcune scene molto esplicite, la pellicola è opera matura del nipote di Luchino ViscontiEriprando Visconti, figura singolare del cinema italiano di quegli anni. Di suo si ricorda il seguito di La Orca, ovvero Oedipus Orca e film come Una spirale di nebbia (che vede tra le attrici la musa di TruffautClaude Jade) e Malamore. Si ritirò presto dalla vita cinematografica attiva, per problemi di salute, ma seppe con le sue opere innovare, spingendo oltre la camera, esplorando senza pudori i corpi umani e la sessualità. Un cinema d’autore per l’accuratezza dei dettagli, per la ricercatezza della fotografia, delle scenografie, per la scelta sempre calibrata delle musiche (in La Orca sperimenta le musiche elettroniche prodotte dal sintetizzatore e composte dall’allora in voga Federico Monti Arduini-Il Guardiano del Faro), ma che sa osare anche partendo da storie che, a prima vista, potrebbero sembrare banali, ma comunque radicate nel contesto sociale di quegli anni (anni settanta). La storia è infatti la storia di un rapimento a fine di estorsione: una giovane studentessa viene rapita da una banda di squinternati, che la segrega in un casolare della provincia pavese e chiede un cospicuo riscatto al padre. Questi, tuttavia, non si lascia raggirare, costringendo la figlia a un prolungato sequestro ove dovrà subire le sevizie del gruppo di deliquenti. Ma ciò che è singolare è il rapporto che si viene a costituire tra la ragazza (interpretata da una magnifica e bravissima Rena Niehaus) e uno degli aguzzini, un giovane Michele Placido.Si tratta di una vera e propria sindrome di Stoccolma, come già avevamo visto ne Il portiere di notte della Cavani, ma con dei risvolti particolari.L’amore tra carceriere e prigioniera è un amore morboso: Placido si lascia andare a molte fantasie erotiche che realizza a volte di soppiatto, altre volte apertamente; la ragazza non sembra turbata da questo comportamento, ma lo asseconda e lo stimola, salvo poi rinnegarlo nel finale.È proprio il finale che ci sorprende perché rivela la natura ambigua della protagonista, e ne svela le pulsioni più profonde, sovvertendo le carte in tavola.Vi è in nuce una critica di Visconti alla società, quasi che la gente semplice, debba fare i conti con l’ambiguità di certa borghesia altolocata, che ne approfitta della propria posizione per tenere un atteggiamento moralmente ambiguo.È un sentire comune di certo cinema di quegli anni, basti pensare al cinema di autori come Aldo Lado, che tratteggia figure molto ambigue in pellicole come L’ultimo treno della notte.I personaggi, seppur spesso macchiettistici, sono ben calibrati e costruiti, rifacendosi a degli stereotipi tipici del cinema di genere.Le scene esplicite  consigliano la visione di questo film ad un pubblico adulto, e potrebbero comunque turbare i più sensibili.Erotismo e critica sociale si intersecano regalandoci una pellicola che potrebbe richiamare per i suoi toni, (con i dovuti distinguo) il cinema messicano di Carlos Reygadas. Un cinema che cerca strade nuove nel panorama del film d’autore.

Recensione di Francesco Carabelli [storiadeifilm]

Grazie a: Il Cinico Sognatore


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