…HANNO CAMBIATO FACCIA

Un giovane impiegato, Alberto Valle, viene invitato nella villa del ricco ingegner Nosferatu, che gli offre un importante ruolo dirigenziale alle sue dipendenze. Una ragazza hippy, Laura, cerca inutilmente di trattenere l’ambizioso yuppie, il quale scopre che il magnate, come un moderno vampiro, con le armi del capitalismo, del consumismo e della tecnologia, rende schiavi gli esseri umani…

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Titolo originale: …Hanno cambiato faccia
Anno: 1971 I Paese: Italia
Regia: Corrado Farina
Attori:Adolfo CeliGeraldine HooperGiuliano Esperati
 

In questa sua opera d’esordio (1971) di Corrado Farina richiama in maniera esplicita una delle grandi figure archetipiche della cinema, quella del vampiro, senza impegnarsi tuttavia in un vero e proprio film di genere. L’idea del regista – fino ad allora autore di documentari, spot pubblicitari e programmi culturali per la televisione – è quella della persistenza del vampiro all’interno della società neocapitalistica, dominata da ricchi uomini d’affari che anziché il sangue, come nella più romantica delle tradizioni romantico-cinematografiche, succhiano gli impulsi vitali degli inconsapevoli consumatori che cadono in loro potere.

L’idea dello sfruttatore che succhia il sangue come un vampiro non è certo nuova. Già Voltaire nel suo Dizionario filosofico aveva infatti paragonato con geniale sarcasmo gli speculatori e gli affaristi del tempo ai non-morti che tanto andavano di moda nei dibattiti coevi. Ma nel finale del film emerge una chiave di lettura ancor più attuale, una frase tratta da L’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse, che in qualche modo ne indirizza l’interpretazione: «Il terrore, oggi, si chiama tecnologia». E quest’ultima non manca affatto di svolgere un ruolo centrale nella pellicola del regista torinese, giacché il suo mostro è sistemato in una villa piemontese di settecentesco aspetto esterno ma di modernissima struttura interna, piena com’è di ogni possibile “ordigno” della tecnica che il moderno Nosferatu sfrutta per irrobustire l’assolutistico potere nel quale senz’altro si identifica.

In pieno scompiglio post-sessantottino l’impegno ideologico che spinge Farina a trasfigurare in modo fantastico le tesi del filosofo marxista non fa della pellicola una sterile e fredda dimostrazione intellettualistica, bensì, grazie soprattutto a un sapiente dosaggio di serietà e ironia, una rilettura dinamica e stimolante per chiunque sia disposto a scorgerne la validità di coraggioso atto d’accusa (si veda ad esempio la gustosa scena dell’immaginario carosello televisivo che il vampiro fa realizzare ai suoi collaboratori al fine di persuadere i consumatori a consumare l’LSD, acquistabile ormai nei supermercati come un qualunque prodotto alimentare). Hanno cambiato faccia non si presenta dunque come la semplice ambientazione contemporanea di un vecchio mito letterario e cinematografico, ma come la rivisitazione distopica di alcuni elementi avveniristici e disumanizzanti della nostra vita, del nostro lavoro e del nostro ruolo nella società. E benché le formule abituali dei film di genere ci siano tutte e non manchino nemmeno le citazioni dei classici, tutti questi elementi vengono utilizzati come tasselli di un discorso ideologicamente orientato che non serve a coinvolgere emotivamente lo spettatore ma a farlo riflettere.

Ciononostante, a parte qualche critica lusinghiera, il film non godette di particolare stima da parte della stampa specializzata, né tanto meno ricevette la giusta considerazione di chi avrebbe potuto e dovuto apprezzarlo per i suoi coraggiosi intenti. A distanza di così tanti anni, fra le tante colpisce soprattutto la dura opposizione messa in atto dal quotidiano L’Unità. Ecco cosa era possibile leggere sulle pagine del giornale all’indomani della presentazione del film: «Diremmo che per un’opera prima essa si mostra nell’insieme terribilmente datata con tutti i vezzi paraintellettuali che ostenta, con tutte le compiaciute “citazioni” del cinema di periodi gloriosi tipiche degli incanagliti frequentatori di cineclub, con tutto l’armamentario apparentemente dissacratorio di miti e di presenze del nostro tempo contro i quali, se si vuole davvero averne ragione, occorrono ben altre energie, ben altra lucidità, ben altro coraggio che non le funamboliche e puerili metafore di Hanno cambiato faccia»[1].

Eppure, se dovessimo prestar fede all’orientamento da sempre palesato dalla sua redazione, L’Unità non avrebbe certo dovuto mostrarsi indifferente – se non addirittura ostile – al tema dei condizionamenti esercitati dalla grande industria. Il film, da parte sua, non è in nessun modo equivocabile, ma è invece molto esplicito nel mettere in luce i perversi meccanismi con i quali già in quegli anni si tentava di assoggettare le scelte dei consumatori. «La nostra società», afferma a un certo punto l’ingegner Nosferatu «ha bisogno di uomini che sappiano comandare… consigliare! In fondo la gente non sa cosa mangiare, che cosa leggere, dove andare in vacanza, per che partito votare. E io l’aiuto a conoscere i suoi veri bisogni, i suoi veri desideri, e glieli soddisfo. Tutti». Sono parole molto forti, persino temerarie, parole che forse solo un esordiente avrebbe potuto esibire in maniera tanto scopertamente caustica, ma che ottennero il mero risultato di una stroncatura netta e irreversibile: «Spiace dire parole così severe per un’opera prima quale quella di Corrado Farina», conclude il suddetto articolo apparso sulle pagine de L’Unità, «ma il fatto è che in essa l’apparente carica di azione eversiva si tinge di tali e tante corrive banalità contro le quali secondo noi sarebbe colpevole restare indifferenti o peggio acquiescenti».

Non ci dilungheremo su quali rovinose conseguenze ebbe all’epoca un certo tipo di commenti, ma è facile immaginare come tale ostracismo finì per condizionare il giudizio del pubblico (specializzato e non), impedendo così alla pellicola di ricevere un’adeguata distribuzione. Anzi, a frenarne sul nascere ogni possibile diffusione su larga scala arrivò anche il blocco della censura che appose un arbitrario quanto incomprensibile V.M. 18. E a tal proposito non possono che risultare emblematiche le parole rivolte da Giovanni Nosferatu al proprio dipendente Alberto Valle dopo la proposta di mettere lui a capo di una delle società: «Lei sta pensando che questo discorso sia sproporzionato rispetto all’offerta che le faccio. Ma non è così. Io non possiedo soltanto un certo numero di fabbriche, di aziende, di grandi magazzini. Possiedo anche giornali, partiti politici, gruppi di opposizione».

A quasi cinquant’anni di distanza, a noi rimane comunque un’opera audace, preziosa, alla quale si può rimproverare forse qualche leggera pecca di regia – dovuta più che altro al limitatissimo budget a disposizione [2] – ma che nell’insieme appare come un magma di fantasia e simbolismo, di reale e irreale, di narrazione avvincente e di critica impietosa che costituisce il suo carattere specifico e il suo miglior pregio.

[1] Sauro Borelli, Mediocrità variabile al XXIV Festival di Locarno, in L’Unità, 10/08/197.
[2] Cfr. Corrado Farina, in D. Bracco, S. Della Casa, P. Manera, F. Prono (a cura di), Torino città del cinema, Il Castoro, Milano, 2001.

Scritto da Salvatore Incardona [wsimag.com]


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