SERIAL RAPIST

Un timido ragazzotto grassottello in maglietta rosa e salopette bussa alla porta di una donna spacciandosi per un poliziotto: neppure il tempo di entrare e la povera malcapitata viene selvaggiamente violentata e uccisa. L’immagine del suo corpo nudo e della sua vagina devastata da un colpo di pistola resta bene impressa nella mente, ma questo è solo il primo di una lunga serie di stupri commessi dal maniaco.

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Lingua:  SUB 
[la visione del film è riservata ad un pubblico maturo]

Titolo originale: Jûsan-nin renzoku bôkôma
Anno: 1978 I Paese: Giappone
Regia: Kôji Wakamatsu
Attori:  Kumiko ArakiRara ChinamiMayuko Hino
 

Kôji Wakamatsu è stato un grande regista, uno di quei registi sempre contro corrente, sempre intelligente e critico, fervido e aggressivo. Durante il periodo delle rivolte studentesche durante gli anni ’60 e ’70, la sua macchina da presa era sempre in prima linea per gridare la contestazione giovanile. Wakamatsu non si è mai tirato indietro e ha sempre comunicato il suo pensiero con estrema spregiudicatezza, una forma che gli ha permesso si sfondare sempre lo schermo. Nel 1978 (anno di uscita del film di cui andremo a parlare) si iniziano a delineare quelli che saranno i tratti somatici del futuro del Giappone. Il tema da cui si parte per raccontare Serial Rapist è quello che i nostri Silvano Agosti (con N.P. Il Segreto) e il nostro Corrado Farina (con Hanno Cambiato Faccia) hanno sviscerato nel loro cinema: La trasformazione dell’uomo in relazione alla sua sostituzione con la macchina e la sua necessità di trasformarsi in macchina per contare qualcosa, essere utile a qualcosa o a qualcuno. La tecnologia che mette in crisi l’identità e la sussistenza stessa dell’uomo. Pare ovvio sottolineare che il compatriota di Wakamatsu , Shin’ya Tsukamoto una decina di anni dopo avrebbe sviluppato il concetto in maniera molto spettacolare e personale con il suo Tetsuo: The Iron Man. In questo Serial Rapist, infatti, un occhio molto superficiale vedrebbe semplicemente una serie di omicidi e stupri commessi da una sorta di ritardato mentale. Un occhio più attento noterebbe che in realtà questo personaggio è praticamente un invisibile. Per la maggior parte del tempo cammina in paesaggi desolati nella completa solitudine, quando è in città nessuno sembra notarlo e lui non interagisce con nessuno. E’ diventato inutile. La frustrazione che ne scaturisce sfocia in violenza e criminalità. Non ci vuole uno psichiatra per affermare che sono proprio queste le caratteristiche che muovono i crimini più efferati. Una profonda crisi identitaria che crea una deviazione del cervello verso chissà dove può andare a parare. C’è chi diventa ossessivo compulsivo e chi uno stupratore seriale. La fotografia di questo film e il taglio registico sono così coesi con le location utilizzate che fanno pensare ad una sceneggiatura (scritta da Masao Adachi) di poche pagine (del resto parliamo di un film che dura appena un’ora). Ci sono molte inquadrature sui dettagli, impossibili da studiare in una pre-produzione. Una nota che non va tralasciata è sul commento musicale del film di carattere jazzistico sperimentale, molto appropriato con i disturbi del protagonista. Il film in sè presenta molte scene che possono creare disagio, ma personalmente non lo ritengo un film cruento. Mi fa molto più star male il senso di solitudine e nichilismo che aleggia attorno al protagonista, come una danza macabra di pallidi fantasmi. Chi sarà d’accordo con me amerà lo spirito di questo film. Chi non sarà d’accordo sicuramente non lo vorrà più rivedere. Finale spiazzante.

Curiosità: Il titolo originale è traducibile come “L’uomo violento che uccise 13 persone”

Scritto da Il Guardiano dello Zoo


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