AUTOSTOP ROSSO SANGUE

Walter ed Eve, giovani sposi in crisi, partono per un viaggio-salvezza in California. Durante il ritorno, i due offrono un passaggio ad un autostoppista: questi è un bandito in fuga che subito immobilizza l’uomo e violenta Eve, che riesce a vendicarsi.. Ma la situazione è destinata a degenerare.

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Titolo originale: Autostop Rosso Sangue
Anno: 1977 I Paese: Italia
Regia: Pasquale Festa Campanile
Attori: Franco NeroCorinne CléryDavid Hess
 

Incursione di Pasquale Festa Campanile nel rape and revenge dopo innumerevoli commedie all’italiana. Strano? Non più di tanto. Se si prende in analisi la filmografia di Campanile si può notare come molte opere affrontino argomenti quali la crisi di coppia, il declino di un certo tipo di mascolinità, l’emancipazione femminile, la tensione sessuale. In “Autostop rosso sangue” abbiamo tutto questo, raccontato non con i toni leggeri e goliardici della commedia, ma con quelli aspri e aggressivi del rape and revenge. Bisogna precisare però che come film di stupro e vendetta, l’opera di Campanile rappresenta un caso anomalo, che per la sua originalità si ritaglia un posto tutto per sè nel panorama R&R. In primis per l’approccio al genere. Il film infatti è un thriller on the road caratterizzato soprattutto da freddo cinismo e acida ironia. Nonostante la presenza di David Hess, attore ricordato quasi solo per le sue interpretazioni del sadico stupratore di turno, Campanile imposta il film in maniera diversa rispetto ai canoni classici del rape and revenge. Lo stupro c’è, la vendetta anche, eppure ci si rende conto di non trovarsi di fronte all’ennesima casa a sinistra. Si ha la sensazione che il regista si ispiri più a opere come “Cane di paglia” e “Un tranquillo weekend di paura” piuttosto che ai rape and revenge sporchi e grezzi degli anni Settanta.
Lo stupro viene messo in scena in maniera forte e risulta un pugno allo stomaco, ma è diverso rispetto a quelli inscenati da Craven o da Lado, anzi, è più simile a quello subito da Susan George in “Cane di paglia”, in quanto la Clèry sembra non opporsi affatto alla violenza, anzi abbraccia Hess nell’estasi del godimento, mentre Nero assiste impotente con gli occhi gonfi di lacrime. Scena alquanto controversa, sia per la reazione della Clèry che per quella di Nero: lei si concede al bandito perchè questi la intriga sessualmente e suscita in lei un fascino istintivo che il marito non è più in grado di suscitarle, lui incamera odio e rabbia non per la violenza subita dalla moglie, ma per l’offesa e l’umiliazione arrecata al suo essere maschio. Potrà sembrare una riflessione cinica e immorale, ma le immagini parlano chiaro, soprattutto nel finale (che ovviamente non verrà spoilerato). Campanile in fondo non fa altro che inscenare il cinismo e il nichilismo della nostra società, l’ingordigia e l’egoismo dell’essere umano.
L’ispirazione al cinema d’autore non implica una privazione di elementi exploitation: la figura di Corinne Clèry nuda che imbraccia il fucile è un’icona un po’ come la Zoe Lund vestita da suora e armata di pistola ne “L’angelo della vendetta” di Abel Ferrara, per di più Campanile non esita a mostrare scene violente come l’uccisione del poliziotto (con tanto di pezzetti di cervello che schizzano fuori dal cranio).
Dal punto di vista tecnico ci troviamo di fronte un’opera di tutto rispetto: regia salda e ben orchestrata, Campanile sa il fatto suo e sa destreggiarsi anche in territori estranei alla commedia; interpretazioni formidabili, i tre attori principali danno prova della loro bravura e sono perfettamente calati nella parte; come non menzionare poi le musiche di Morricone? Perfette.
Anche la fotografia è degna di nota e raggiunge il picco di maestria nella scena dello stupro, con quei colori caldi che riproducono i bagliori delle fiamme nel buio.
Che dire, un film consigliato non solo agli amanti del rape and revenge, ma anche agli estimatori di un certo cinema italiano dotato di non poca classe.

Scritto da Alfredo Squillaro [Interzona]


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