FRANKENSTEIN 2000 – RITORNO DALLA MORTE

Alex e Ricky non stanno affatto bene. Il primo è un maniaco sessuale che ha commesso degli stupri mentre il secondo accusa un riotardo mentale. I due ricevono a un invito in una ricca casa, di proprietà di un certo Tom, dove sono presenti altri ragazzi. L’invito ha un motivo “nascosto”: Tom vuole infatti far divertire i suoi amici con la presenza dei due ragazzi disturbati. Tuttavia la situazione degenera presto e anche Tom rivela la sua natura psicopatica.

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sottotitoli a cura di ouija85 & Hywel
sincronizzazione Cinema Zoo

Titolo originale: Frankenstein 2000 – Ritorno Dalla Morte
Anno: 1991 I Paese: Italia
Regia: Joe D’Amato (accreditato come David Hills)
Attori: Donald O’BrienCinzia MonrealeRobin Tazusky
 

Gli anni 80 sono stati un periodo di estrema creatività per il cinema fantastico italiano, una decade che ha visto in poco tempo l’ascesa e la caduta di maestri del genere, dai Fulci e Argento migliori e quelli più sbirulini, poi i grandi Matteiche coincidevano nel miserabile, i Lamberto Bava pre Melevisione, senza dimenticare i Lenzi e le tette di Zora Kerowa, e quei nomi che nessuno cita mai come Marcello Avallone e l’immenso Maya. Aristide Massaccesi ha girato nella sua carriera milioni di film, stando a imdb ben 197, ma contando le regie non accreditate, quelle incerte come il dubbioso Jailbird Rock del 1988, la lista sicuramente lievita. Il più delle volte dalla critica più nobile viene ricordato solo come un prolifico artigiano, a volte un eccellente direttore della fotografia, di certo non un bravo regista e questo è sbagliato. Non che i suoi film, la maggior parte, non fossero tirati via, con errori, più che di inefficienza, di mancanza di tempo, di frettolosità, una cosa giustificabile quando, come nel 1980, devi portare a casa 8 film. Quello che però differenziava il cinema di Massaccesi era soprattutto la potenza delle immagini, l’anarchia preponderante di un cinema più di pancia che di cervello. Quando mettevi la vhs di un suo film sapevi che sarebbe stato come andare alla trattoria sotto casa, soddisfatto e panciuto alla faccia di Sadler 5 stelle michelin. Massaccesi non era Bruno Mattei che di capolavori ne faceva per i motivi sbagliati, non era certo neanche Lucio Fulci che aveva invece l’aria snob di un cinema popolare alto, ma era senza dubbio bravo. Forse col tempo si era rotto, forse alla fine prevale solo lo stile quando un giorno giri uno sbudellamento e lo stesso giorno un pompino in un altro set, ma nella sua carriera c’era almeno un grande film, elegante, sinuoso, complesso, La morte ha sorriso all’assassino, una ghost story che anticipava Storie di fantasmi di  Irving assomigliandogli più del libro omonimo di Straub. Coincidenze sicuramente, allo stesso modo de I guerrieri dell’anno 2072 con L’implacabile di  Paul Michael Glaser, certo, ma sono quelle coincidenze che ci fanno sognare che Dan O’ Bannon vedendo Terrore nello spazio abbiano pensato ad Alien. Plausibile ma anche no. La morte ha sorriso all’assassino, un insuccesso commerciale purtroppo, è stato l’unico film firmato Aristide Massaccesi. Dopo, il suo nome si è annullato in tanti pseudonimi diversificati per genere: dalla morte di Aristide Massaccesiregista sono nati, come nello Split di M. Night Shyamalan, molti altri Massaccesi registi. Così abbiamo avuto Joe D’amato per l’horror e il porno, David Hills soprattutto per i film fantastici, poi i vari Peter NewtonMichael WotrubaAlexandre Borsky e persino dell’orientale Robert Yip per le zozzerie cinoromane. Ognuno di questi nome de plume però portava solo e sempre a lui, Aristide Massaccesi, l’uomo che pirandellianamente indossava così tante maschere da poter vantare di non girare nessun film facendone però anche 10 alla volta. Ho conosciuto Massaccesi attraverso le pagine di Nocturno quando ero ancora un ragazzo e mai avrei pensato che un giorno avrei scritto anch’io per quella rivista che, con la defunta Amarcord, aveva plasmato il cinefilo che sono. Su Nocturno scoprivo un sottomondo incredibile, film così folli da non essere per forza mai girati, come Sbirulino, che però, lovecraftianamente, invece erano esistiti, anche se rari e introvabili. E se qualcosa di Joe D’amatob porno e, nella mia versione AVO FILM, non lo era, ora invece riscoprivo non un singolo film, ma una vera poetica cinematografica, eccessiva e affascinante, anche nei tanti capitomboli. Massaccesi più di un Fabrizio De Angelis con Il ragazzo dal kimono d’orofaceva un cinema, soprattutto negli anni 80, di contrabbando: per esempio i suoi Eleven night eleven days erano il 9 settimane e mezzo meno patinato e più carnale, con una Jessica Moore/Luciana Ottaviani non bella come Kim Basinger ma di certo più accessibile nell’idea, già qui decantata, di cinema trattoria. Se La morte ha sorriso all’assassino, come detto, era stato un flop, lo stesso non fu però con Buio Omega, remake di un vecchio thriller con Franco Nero, che lanciò il nome di Joe D’Amato nell’olimpo dei miti horror. Echi a Psycho, un erotismo con toni di necrofilia esasperata, scene trucidissime come le unghie strappate a forza ad una sventurata e le musiche potentissime dei Goblincontribuivano al successo di un film disturbante come pochi nel cinema italiano, terribile e necessario per il nostro orgoglio patriottico di ragazzacci ghiotti di budello e carnazza Non male neanche Antropophagus con la scena cult del feto divorato dal cannibale o Rosso Sangue, firmato però come Peter Newton, che decodificava l’Halloween di Carpenter in una chiave di violenza hardcore. Poi però Aristide si focalizzò in altri generi, i Conan dei poveri, la fantascienza dei Mad Max straccioni, gli erotici e soprattutto i porno che a fine anni 90 lo impegnarono per la maggiore, con film girati questa volta male e distrattamente, divertenti solo per la varietà delle parodie sexy, da Robin Hood a il poco pasolianiano Le 120 giornate di Sodoma. Si percepisce come al regista non fregasse più nulla di quello che stava facendo, perciò, quando girò nel 1991 questo horror, dovette essere per lui la boccata di aria fresca, l’occasione per tornare a fare qualcosa che amava. Frankenstein 2000, poi reintitolato Ritorno dalla morte, fu presentato in un Fantafestival di inizio anni 90 ma non fu accolto molto positivamente dal pubblico, anzi sembra che gli spettatori accompagnarono la proiezione proprio con fischi e risate. Eppure Massaccesi aveva ambizioni, a cominciare dal titolo originale che echeggiava il capolavoro letterario di Mary Shelley, ma come spesso accade, per milioni di motivi, le aspirazioni non corrispondono alla resa finale.

In un’intervista a Nocturno il nostro dichiarava “Quello doveva essere un Frankenstein (infatti al Mifed lo pubblicizzammo come Frankenstein 2000), poi abbiamo avuto delle remore a chiamarlo così. Però c’erano moltissime citazioni dal romanzo di Mary Shelley che nessuno ha capito. E poi il protagonista, Donald O’ Brien, aveva dato una prova magistrale, anche se io l’avevo scelto un po’ egoisticamente. Mi spiego: lui è caduto in bagno, anni fa, battendo la testa e rimanendo paralizzato nella parte destra del corpo e quindi  aveva questo modo innaturale di procedere claudicante e una mano rattrappita. Quando girammo in una discoteca, un ragazzo disse “Ammazza quanto è bravo ‘sto qui! Cammina proprio come Frankenstein!”. Invece poveraccio era proprio così”.

Ritorno dalla morte purtroppo, (mostro di) Frankenstein umano o no, è un brutto film, girato male e noioso. Non si riesce davvero a salvare nulla, a parte una splendida fotografia dai colori saturi (sempre il regista con lo pseudonimo di Frederico Slonisko) e le musiche suggestive di Piero Montanari. Del Massaccesi elegante de La morte ha sorriso all’assassino non c’è traccia, ma neanche del Joe D’Amato gagliardissimo e trucido dei Buio Omega e Antropophagus: gli effetti speciali cruenti ci sono ma così fatti male  da generare solo imbarazzo o risate. Questo è sicuramente tragico per un horror che ricerca l’atmosfera ed è invece solo lento, che si vorrebbe feroce e mette in scena teste di bambolotti poco somiglianti alla controparte umana, un po’ come i film miserabili di Andrea e Mario Bianchi presentati da Lucio Fulci. C’è da dire però che almeno una volta, nell’omicidio del medico legale, Massaccesi alza la testa girando una scena montata discretamente e dalla buona tensione, ma è un istante in un film di un’ora e 33, lento come il valzer delle palle di Fra Giulio. La sceneggiatura, da un’idea di Michele Soavi, poi è il punto più basso di tutta l’opera, aggiustata malamente da un Antonio Tentori mai a suo agio nei panni di sceneggiatore, che prosegue per accumuli stupidi e insensati (i sogni diGeorgia/Cinzia Monreale che non portano a nulla), fino al look del moderno mostro di Frankenstein, di un certo impatto visivo, suture alla testa come il classico Karloff, ma poi ci pensi e ti chiedi perché? Non ha senso che il medico legale  gli abbia aperto il cranio e non il ventre nel fargli un’autopsia. Così abbiamo un Frankenstein poser, bello da vedere, inquietante nell’interpretazione non interpretazione di O’ Brien (che si muove uguale anche quando il suo personaggio è vivo però), ma che è forzatamente shelliniano ( o whaliniano) solo per un’idea originale probabilmente tradita da una riscrittura inetta. In più Massaccesi si autocastra quando dovrebbe magari calcare la mano come nella sequenza dello stupro della Monreale, casto e senza neanche il nudo di rito, che si vorrebbe rifare ad  Arancia Meccanica, come le inquadrature di un poster vorrebbero fare intendere, ma poi il massimo della cattiveria è pestare un bambino con l’effetto audio di una sberla di Bud Spencer in Bomber senza gli Oliver Onions. La Monreale poi è bellissima ovviamente come moltissime genovesi benedette dal mare e da Dio, ma recita da addormentata anche prima di cadere in un vero coma e citare il suo ruolo regio in Buio Omega che però diviene, in questo caso, una rilettura molesta e fastidiosamente autocelebrativa. Il resto del cast, ad esclusione di un convincente Riccardo Acerbi, già visto come professore porcone di Aenigma di Fulci, è tra il dilettantesco e l’inappropriato con manzi da monta hardcore che si aggirano imbarazzati sul set. Anche un veterano come Maurice Poli, in quegli anni perso in produzioni italiane miserabili, si limita a strabuzzare gli occhi e pregare di uscire fuori scena il prima possibile. Il film poi, pur avendo le “citazioni non capite di Mary Shelley” a detta di Massaccesi, ricorda più che altro il Patrick di Richard Franklin o il già citato Aenigma di Fulci con la vendetta di una persona in coma. Qui oltretutto la nostra Cinzia Monreale si vendica di tutti, anche di chi non sapeva fosse coinvolto nella sua aggressione. Il dvd Raro video poi è qualcosa che deprime ancor di più la visione con la scelta di inserire come pista la traccia inglese, recitata sembra da filippini che leggono male il copione, pieno di fuori sincroni col labiale e un accento improbabile e devastante. Così abbiamo frasi come “Help, iu a mosta!” o “Ai loviù” che ti lasciano addosso un senso di disagio e inadeguatezza incredibile. Da imdb si legge che i costumi sono curati dall’ex Emanuelle nera, Laura Gemser, ma gli attori sembrano tutti vestiti con il primo capo preso dall’armadio.

Frankenstein 2000, girato non come Joe D’Amato ma come David Hills, è il simbolo di un cinema morente che cercava a tutti i costi di resistere, ma rantolava, agonizzava, fino a cadere cadavere, puzzolente e maleodorante. Da lì a poco i giochi sarebbero finiti per tutti con il bellissimo Dellamorte Dellamore, spartiacque tra il cinema horror italico in pellicola e le produzioni digitali amatoriali. Neanche Massaccesi sarebbe stato più lo stesso: La Iena, girato nel 1997, è altrettanto orribile come lo sarà il Top Girl dello stesso anno o l’ultima opera del 1999, il semi porno I predatori delle antille. Il cinema hardcore, del quale Aristide era stato un pioniere, gli aveva tolto la scintilla artistica, un po’ come quei voyeur che, ossessionati da troppe visioni segaiole, si scoprono impotenti.

Scritto da Andrea Lanza [Malastrana VHS]


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