L’ULTIMA CASA A SINISTRA

Cassel e Graham sono due ragazze che si recano in città per assistere a un concerto. Qui incontrano uno spacciatore che le rapisce assieme a dei complici, uno dei quali fresco di evasione. Dopo violenze e sevizie le due vengono uccise. Di nuovo in fuga, gli assassini chiedono ospitalità, senza saperlo, nella casa dei genitori di una delle giovani vittime. Questi si dimostreranno capaci della stessa crudeltà.

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[la visione è riservata ad un pubblico maturo]

Titolo originale: Last House on the Left
Anno: 1972 I Paese: U.S.A.
Regia: Wes Craven
Attori: Sandra PeabodyLucy GranthamDavid Hess
 

“To avoid fainting, keep repeating: it’s only a movie… only a movie… only a movie”. Lanciato con questo slogan, “L’ultima casa a sinistra” rappresenta uno spartiacque nel genere horror. Craven tra ispirazione da “La fontana della vergine” di Bergman, ma sposta la narrazione dal Medioevo all’America dei primi anni Settanta, dando vita ad una storia shockante, costellata da violenza cruda e realistica, proprio per questo così innovativa nel panorama horror dell’epoca. Nasce così uno dei sottogeneri più controversi della storia del cinema: il rape and revenge. La trama è piuttosto semplice: Mari Collingwood e la sua amica Phyllis Stone sono due ragazzine di diciassette anni che prima di andare al concerto di uno dei loro gruppi preferiti, decidono di cercare dell’erba, finendo così nelle grinfie di un pericoloso quartetto di squilibrati capeggiato da Krug (uno straordinario ed inquietante David Hess). Inizia il calvario di Mari e Phyllis, stuprate, torturate e uccise barbaramente. Il caso vuole che i quattro aguzzini, prima di lasciare la città, decidano di chiedere ospitalità per la notte proprio ai genitori di Mari, i quali, dopo numerosi indizi, scopriranno la terribile verità e vendicheranno la morte della figlia. Oltre alla violenza di cui sopra, a rendere la pellicola disturbante, è l’approccio alla narrazione, così grezzo e realistico, uno stile che molti hanno spesso definito “quasi documentaristico”. I personaggi sono lo specchio delle ferite ancora aperte dell’America dell’epoca (i massacri della Manson Family, Altamont, il Vietnam). Non bisogna dimenticare il contesto sociale del periodo, tra morte del movimento hippie (“Ma voi non siete la generazione dei figli dei fiori?”) e rivoluzione sessuale, una rivoluzione che ha portato cambiamenti anche nel cinema: proprio in quegli anni, infatti, si sviluppano il porno, la commedia sexy, e l’erotismo fa capolino, o diventa addirittura una componente rilevante, nei generi più disparati. Proprio come la violenza. Basti pensare a film come “Il mucchio selvaggio”, “Gangster Story”, “Cane di paglia”, “America 1929: sterminateli senza pietà”. E poi sono gli anni de “La notte dei morti viventi”, del giallo all’italiana, dello splatter di Herschell Gordon Lewis. Insomma, nel film di Craven, eros e thanatos vanno a braccetto, per di più in maniera piuttosto cruda. Quelle mani sporche di sangue, con fili d’erba appiccicati sopra, che giustiziano Mari con un colpo di pistola mentre in sottofondo c’è “Now You’re All Alone” dello stesso Hess. L’orgasmo di Krug e la morte di Mari. Pulsioni di sesso e pulsioni di morte. Il film inoltre trova il tempo anche per denunciare l’ottusità e l’inefficienza della polizia, ma l’attacco più forte è rivolto alla società borghese. Craven prima mette davanti allo spettatore le differenze tra i Collingwood e gli assassini (nella scena della cena) e poi mostra come queste differenze si assottigliano fino a scomparire nel momento in cui prevalgono gli istinti animaleschi dei due coniugi nei confronti dei responsabili della morte della loro figlia. La loro vendetta non prevede esclusioni di colpi. Non c’è un giudizio, ma una constatazione: la violenza genera violenza, la morte di una persona amata fa cadere le maschere imposte dalla società e lascia spazio all’istinto brutale. Anche altri film appartenenti a questo filone hanno affrontato questo tema, alcuni in maniera ancora più feroce, come il nostrano “L’ultimo treno della notte” di Aldo Lado. Inutile dire che il film di Craven ebbe non pochi problemi con la censura. Tutt’ora non esiste una “vera” versione integrale poichè addirittura alcuni esercenti tagliarono la pellicola a proprio piacimento. In Inghilterra il film fu inserito nella lista dei video nasty e bandito. David Hess in un’intervista dichiarò che dopo l’interpretazione di Krug ebbe serie difficoltà a reintrodursi nella scena cinematografica e musicale, finchè non divenne l’icona dello stupratore recitando in altri rape and revenge come “La casa sperduta nel parco” di Ruggero Deodato e “Autostop Rosso Sangue” di Pasquale Festa Campanile (R&R piuttosto anomalo, interessantissimo e originale). Il suo volto resta però quasi sempre associato a Krug: un personaggio così crudele da rendere eroinomane il proprio figlio, Junior (la versione italiana del film ha eliminato la parentela tra i due), ed esercitare un controllo tale su di lui da spingerlo al suicidio. Insomma, un film piuttosto duro da mandar giù, che nonostante la catarsi finale, lascia l’amaro in bocca, ma imprescindibile per un approccio al rape and revenge e all’horror moderno. Piccola curiosità: il finale mette in scena l’utilizzo improprio di una motosega, due anni prima delle gesta di Leatherface in “Non aprite quella porta”.

Scritto da Alfredo Squillaro [Interzona]


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