RYUJI

Ryuji Hanashiro (Shôji Kaneko) è il capo di una gang appartenente alla famiglia Santokai, il suo nome è temuto e i suoi affari vanno a gonfie vele. La vita lo porta all’ improvviso davanti ad un bivio. Sua moglie ha partorito infatti una bambina e Ryuji, appena uscito di galera, decide di rinunciare alla vita da criminale, trovare un lavoro normale e dedicarsi alla propria famiglia. Tuttavia il passato tornerà a bussare alla sua porta.

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Lingua:  sub 

Titolo originale: Ryuji
Anno: 1983 I Paese: Giappone
Regia: Tôru Kawashima
Attori:  Shôji KanekoEiko NagashimaKôji Kita 

“Sono stato attratto dallo splendore della grande città. Ma i miei sogni si sono trasformati in polvere. In questa grande città di Tokyo, sotto le insegne al neon d’oro e d’argento, gli uomini non erano tutti yakuza … e le donne non erano tutte sante. E io ero uno di loro. Non ero un uomo alto, ero solo un nanerottolo. Non avevo fatto molto per diventare famoso. Ma ho avuto una sola figlia, una bambina che è stata crudelmente allontanata da me. Ero solo, vivevo solo in un appartamento squallido, in mezzo alla costante minaccia della morte. Se pugnalo qualcuno, vado in prigione … se vengo pugnalato vado all’inferno. Mi ritiro dalla vita, emotivamente e fisicamente, ma … l’ emblema della gang vivrà per sempre”
Ryuji Hanashiro

Assunto che Ryuji parli della vita di un membro della yakuza (la mafia giapponese), si può affermare che questa volta abbiamo a che fare con un film contro-genere. Non un film contro la yakuza o pro legalità, ma una pellicola contro le basi formali di tutto il cinema yakuza precedente. Un turnover in perfetta sintonia con l’ avvicendamento degli anni ’80 (e il conseguente boom di benessere economico) agli anni ’70. Non abbiamo più un protagonista che sacrifica la vita per rimanere fedele al suo codice di condotta. Non abbiamo più trasudante desiderio di vendetta per torti subiti. Non abbiamo roboanti sparatorie, nè lacrime rabbiose su cadaveri di amici / fratelli / parenti / colleghi. Certo, il respiro di questa pellicola non è privo di affanni e turbolenze d’ animo, ma è un respiro che si adatta armoniosamente a tutto il corpo narrativo. “Armonia” è una parola chiave quando si parla di quest’ opera. Ma torniamo al concetto anti-genere. Non c’è bisogno di piangere o vendicare la propria famiglia perchè Ryuji la sua famiglia la vuole salvare prima che qualcosa di funesto accada. A dire tutta la verità Ryuji vuole salvare prima di tutto sè stesso, un auto-salvataggio, un anti-sacrifico, l’ opposto della sindrome da samurai tipica delle pellicole a sfondo drammatico e largamente diffusa nella società giapponese reale. Questo è il significato rivoluzionario di questo film. A livello formale un film che non ambisce a documentare le società segrete (mafia) come in passato, non documenta proprio nulla. E’ semplicemente una racconto. La vita dell’ uomo Ryuji Hanashiro, scritta dallo stesso attore che lo interpreta (Shôji Kaneko firma infatti la sceneggiatura). In questo film Kaneko regala allo spettatore una formidabile interpretazione ermetica tramite una tecnica di recitazione fuori dal comune, si ha infatti l’ impressione che ogni battuta del protagonista sia recitata da una voce fuori campo, come durante una narrazione. Fuori campo iniziano alcuni dialoghi, fuori campo finiscono interi soliloqui. Ryuji Hanashiro parla poco ma comunica molto, sia chiaro non si tratta affatto di un santo, ma di un uomo complesso a cui Kaneko ha forgiato attorno una vera e propria complessità umana, arrivando ad arrularsi persino tra le fila di una vera gang malavitosa per carpire i segreti comportamentali dei reali membri della yakuza, in funzione di questa interpretazione. E’ certo questo il tipo di cinema “non-violento” che ha ispirato Takeshi Kitano nella propria reinterpretazione del cinema noir con i suoi capolavori Hana-Bi, Sonatine e Violent Cop per citarne alcuni. Il segreto di questa pellicola è la formidabile sinergia tra le immagini di Tôru Kawashima (qui al suo primo film) e Shôji Kaneko, che non può non rimandare alla mente il nostro Tomas Milian nelle sue interpretazioni più scure, non insultatemi se dico che in alcune inquadrature i due si somigliano sorprendentemente. Detto senza spocchia, probabilmente a molti di voi questo film sembrerà un po’ troppo un prodotto unicamente rivolto ai giapponesi, come del resto il 98% della totalità dei film nipponici. Tuttavia mi rivolgo alle persone più sensibili a cui consiglio la visione di questo film, il finale è qualcosa che riesce a farvi trattenere il respiro per alcuni secondi. Parola del sottoscritto.

Curiosità: Dopo pochi giorni dall’ uscita del film nelle sale, l’ attore protagonista Shôji Kaneko si è spento a causa del cancro, questo ha creato una sorta di piccolo mito attorno a questo film.

Scritto da Il Guardiano dello Zoo


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