LA CASA DEL GATTO FANTASMA

Il dr. Kuzumi (Toshio Hosokawa) e la moglie Yoriko (Yuriko Ejima) ritornano al paese natale di lei per aiutarla a riprendersi dalla tubercolosi in un clima più favorevole. Appena varcato il cancello della casa che verrà trasformata in clinica, Yoriko viene terrorizzata dall’incontro con una vecchia che scompare subito dopo. Quando la casa di cura inizia la sua attività, Yoriko rivede la vecchia, che stavolta tenta di ucciderla. Dapprima il marito imputa allo stato della moglie quelle che crede essere semplici allucinazioni, ma poi è costretto dagli eventi a chiedere spiegazioni e aiuto all’abate del villaggio. Questi racconta la storia, accaduta secoli prima, di Lord Shogen (Takashi Wada), un signorotto che uccise un giovane e onesto insegnante di Go [gli scacchi giapponesi] (Ryûzaburô Nakamura), e di come ne violentò la madre cieca (Fumiko Miyata) poco dopo. La donna, incapace di reggere al dolore e all’umiliazione, si uccise, ma prima di morire, trasferì nel suo adorato gatto la sua volontà di vendetta, trasformandolo in uno strumento capace di portare la sua maledizione su Lord Shogen e su tutti i suoi discendenti.

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Lingua:  SUB 
sottotitoli a cura di Cinema Zoo

Titolo originale: Bôrei kaibyô yashiki
Anno: 1958 I Paese: Giappone
Regia: Nobuo Nakagawa
Attori:  Toshio HosokawaMidori ChikumaYuriko Ejima
 

The Mansion of the Ghost Cat è l’ennesimo gioiello di Nobuo Nakagawa, uno dei maestri del cinema horror giapponese, cantore degli oscuri folklori nazionali. Osservando i primi minuti del film, in cui il marito porta la moglie a vivere in una oscura dimora lontano dalla città, nell’isola di Kyushu (per farle cambiare aria, probabile rimedio per la sua tubercolosi), per una sorta di automatismo sinaptico tornano in mente tutta una serie di film asiatici che hanno sfiorato il gotico in maniera periferica. Film diversi tra loro, sicuramente indipendenti da questo, ma è piacevole respirare un’aria quasi familiare durante la visione, che ti avvolge, richiamando passate e piacevoli esperienze filmiche. Il primo di questi film proviene da Hong Kong ed è La Fanciulla Cavaliere Errante di King Hu (nel fattore della falsa casa infestata e fatiscente). L’altro è uno dei capolavori di Miyazaki, Il Mio Vicino Totoro, che possiede un inizio mediamente simile. Mentre questi tangono solo superficialmente il genere, The Mansion of the Ghost Cat, ci sprofonda dentro.

Il film possiede ben tre dimensioni temporali: la prima vede il professore protagonista aggirarsi per l’ospedale immerso nel buio (a causa di un guasto) timoroso di alcuni passi che lo seguono. Questo evento gli fa riemergere vecchi ricordi di sei anni prima. Andato nella casa già citata era stato testimone di strani fenomeni e di un tentativo di omicidio della moglie da parte di una spettrale anziana. Si rivolge così ad un monaco che gli racconta una storia di una vecchia maledizione che grava sulla sua consorte. Inizia quindi un flashback che catapulta la storia in epoca Tokugawa trasformando il film in un jidaigeki (film in costume); se fino ad allora esso aveva sfruttato un ottimo bianco e nero improvvisamente acquista il colore. Sakon No Shogen irascibile capitano della guardia imperiale uccide Kokingo durante un’innocua partita a Go e si sbarazza del cadavere murandolo. Non pago di questo, stupra la madre del defunto venuta a chiedere informazioni riguardo lo scomparso. Lei si suicida maledicendo l’intera casta fino all’estinzione della stessa, incarnandosi in un demone gatto e iniziando un macabro quanto sistematico sterminio. Il finale, dopo un susseguirsi di sequenze realmente inquietanti, mostrerà il lato ironico del regista (retaggio forse delle sue origini comiche con le commedie di Enoken?).

Ciò che forse sorprende di più del film è la modernità e libertà di linguaggio; a sequenze luminose e pacate se ne contrappongono altre che sfruttano con competenza l’esperienza espressionista, giocando con le ombre e le silhouette. Magistrale anche l’utilizzo del fuori campo (alcune sequenze sono risolte con il vuoto spaziale giocando con gli effetti sonori) e alcune inusitate carrellate avanti e indietro, in modo ciclico. Numerosi effetti ottici di “apparizioni e sparizioni” riusciti e una violenza anche abbastanza forte (il sangue scorre abbondante e un gatto si abbevera da quello che sgorga dal copro della donna suicida) condiscono l’opera. Il gatto fantasma e il gatto mostro (kaibyo e bakeneko) sono figure fondamentali e ricorrenti dell’horror giapponese, quindi The Mansion of the Ghost Cat è anche un classico da vedere per orientarsi meglio nel cinema di questo genere (contemporaneo o meno).

Scritto da SENESI MICHELE MAN CHI [Asianfeast.org]


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