IL LICANTROPO E LO YETI

Trama: il povero Waldemar viene contagiato in Nepal da alcune licantrope mentre cerca lo yeti. Dovrà affrontare la bestia, un sadico despota e la sua guardiana.

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Titolo originale: La maldición de la bestia
Lingua:
Anno: 1975
Paese: Spagna
Regia: Miguel Iglesias (accreditato come M.I. Bonns)

Recensione:
Gli anni settanta sono un periodo di forte mutamento per il cinema dell’orrore. La violenza diventa sempre più cruda e/o estetizzata, l’erotismo più spinto quando non morboso; nascono molti sottogeneri, figli dell’exploitation. Di conseguenza i mostri classici e il gotico se la passano piuttosto maluccio e cercano di stare al passo coi tempi come meglio possono. Nascono così progetti come “Il mostro è in tavola…barone Frankeinstein”, “The Werewolf of Whashington”, “La leggenda dei sette vampiri d’oro”. Jacinto Molina aka Paul Naschy, attore e autore della saga dell’hombre lobo (composta da undici film), dimostra di aver appreso i cambiamenti che il cinema orrorifico aveva subito e continuava a subire, così, traendo ispirazione dai classici dell’horror, ma guardando anche al presente, nel 1975 sforna “Il licantropo e lo yeti”. Il punto di riferimento è “Il segreto del Tibet”, ma Naschy infarcisce la storia con un elementi avventurosi e trovate raccapriccianti, alcune talmente raccapriccianti da far inorridire i censori britannici e far finire il film nella lista dei video nasty. Il film fu addirittura bandito dal Regno Unito! Si narra di Waldemar Daninsky, protagonista della saga, il quale raggiunge un amico scienziato intenzionato a provare l’esistenza dello Yeti. La spedizione però non si rivela così semplice: Waldemar si perde e trova rifugio in una caverna dove viene contagiato da due donne affette da licantropia, mentre i suoi amici vengono rapiti, dopo un violento scontro a fuoco, dai soldati di un malvagio despota che si serve della pelle appena scuoiata di giovani donne per curare una malattia. Waldemar, fuggito dalla caverna dopo aver ucciso le due licantrope, userà la sua forza di uomo lupo per salvare la figlia dello scienziato, e affrontare lo Yeti. Lo Yeti del titolo è un pretesto per ambientare la storia sui monti del Tibet e non ha molto peso nel film, compare solo all’inizio e alla fine, quando ormai ce ne si è quasi dimenticati. Ad essere più interessanti sono altri personaggi che compaiono nel film, come le due licantrope o la sadica tirapiedi del despota, responsabile del singolare e sanguinoso trattamento per curare le pustole sulla schiena di quest’ultimo. Anche la principessa prigioniera in cerca di vendetta ha un suo perchè. Insomma, un campionario di personaggi diversi, pescati da un immaginario piuttosto comune e gettati nello stesso calderone. Non mancano, inoltre, scene forti e violente, soprattutto la sequenza di cannibalismo nella grotta o il già citato scorticamento della schiena ai danni di povere ragazze. Insomma, tanta inventiva, ma purtroppo la regia è un po’ raffazzonata. Per carità, alcune scene funzionano davvero bene, per suggestione, atmosfera e impatto, alcune di queste vantano una splendida fotografia (soprattutto la scena nella caverna) e il film si lascia seguire, ma è come se mancasse qualcosa. Ciò non toglie che si tratta comunque di un b-movie più che dignitoso, scritto con tutta la passione che Naschy aveva per il genere horror.

Scritto da Alfredo Squillaro [Interzona]


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