E NON LIBERARCI DAL MALE

Anne (Jeanne Goupil) e Lore (Catherine Wagener) sono due quattordicenni vicine di casa e inseparabili amiche che frequentano lo stesso collegio. Profondamente annoiate e per nulla interessate agli insegnamenti religiosi propinati loro dalle suore e dai loro devoti familiari, le due iniziano con giochi maliziosi alla scoperta della loro sessualità e finiscono – con il sopraggiungere delle vacanze – per sottoporsi a un rituale satanista. I loro giochi si trasformano così in seduzioni avventate di uomini mentalmente instabili e in crudeltà di ogni genere, in un escalation di sesso e violenze.

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Lingua: SUB
Sottotitoli a cura di disintegration, ouija85, Hywel
[la visione è riservata ad un pubblico maturo]

Titolo originale: Mais ne nous délivrez pas du mal
Anno: 1971 I Paese: Francia
Regia: Joël Séria
Attori: Jeanne GoupilCatherine WagenerBernard Dhéran
 

“Rinunciamo per sempre a Gesù Cristo
e a tutte le sue opere.
Dedichiamo noi stesse a Satana.
Noi ti supplichiamo, Satana,
nostro Signore e Maestro.
Insegnaci tutte le vie del male.
E nell’ora della nostra morte
accoglici nel tuo satanico grembo.”

Il sentiero del bene – è risaputo – è ripido e irto di spine, ma altrettanto difficoltoso può rivelarsi il sentiero del male, se chi vi si inoltra non è eletto a percorrerlo ma è solo un dilettante in materia. E’ il caso di Anne e Lore, le due studentesse protagoniste del film di Joël Séria E non liberarci dal male (Mais ne nous délivrez pas du mal, 1971), interpretate rispettivamente da Jeanne Goupil e Catherine Wagener. Mora la prima e bionda la seconda, le due ragazze – benvolute dalle loro tranquille famiglie borghesi; agiata soprattutto quella di Anne – studiano in un esclusivo collegio retto da suore. Ad unirle, una forte attrazione reciproca che si compone di molti elementi diversi, compreso l’amore.  Facile quindi aspettarsi, dopo una simile premessa e considerando che questo film può essere fatto ricadere senza troppa difficoltà nel genere exploitation, di assistere a una storia pruriginosa, stile Vita di Adele per intenderci, ma non è così. L’affinità tra le due ragazze è essenzialmente di tipo intellettuale e spirituale, e anche il film – al di là dell’inevitabile tributo pagato all’appartenenza al genere di cui ho detto sopra – cerca di stabilire con lo spettatore un’affinità di questo tipo. E non liberarci dal male è forse più di ogni altra cosa – come testimonia anche l’estratto video che ho scelto di includere nel post – un omaggio appassionato alla letteratura, anche se solo di un tipo ben definito. I nomi che appaiono nel titolo del post, soprattutto i due più noti – Lautréamont e Baudelaire – dovrebbero bastare a far capire quale sia il tipo di letteratura di cui si tratta, qui e nel film: la letteratura maledetta – la letteratura detta ‘del male’.
La forma letteraria è in realtà, come vedremo, solo una delle forme in cui il male si condensa in questo film. Ve ne sono altre rappresentate che potremmo definire ‘impure’, e tra queste figura il male maldestro perpetrato da Anne e Lore con le loro azioni.
A dispetto – o forse, piuttosto, a causa – del loro studiare in un collegio religioso, le due ragazze subiscono forte la fascinazione del male, al punto da decidere di consacrare la loro vita a Satana. Per farlo, organizzano una sorta di messa nera, che occupa la parte centrale del film, comprensiva di una parodia del matrimonio finalizzata a un patto di sangue, simbolo della loro unione di anime. Ad officiare, in abiti da prete, un muto ritardato – uno degli inservienti che si prendono cura della tenuta di famiglia di Anne. E questo vale per l’aspetto spirituale. Ad accomunarle sul piano intellettuale è invece la passione per i libri proibiti.
Il primo pezzo di letteratura che si affaccia nel film, poco dopo l’inizio, è un testo che Lore ha rintracciato in un attico della scuola. Lo legge ad Anne di notte nel dormitorio, dopo averla raggiunta nel suo letto, alla luce di una torcia elettrica sotto le coperte. Il brano, che descrive all’apparenza un amore saffico, rimane nel film di autore anonimo poiché il libro è senza copertina.
Sarà però un altro il libro, notissimo, che il regista sceglie per fare da fulcro all’esperienza delle due ragazze nel seguito del film.

Stabilirò in poche righe che Maldoror fu buono durante i suoi primi anni, quando visse felice; ed è fatto. Egli s’avvide in seguito d’esser nato malvagio: straordinaria fatalità! Dissimulò il suo carattere finché poté, per un gran numero d’anni; ma alla fine, per via di questa concentrazione per lui non naturale, ogni giorno il sangue gli montava alla testa; sino al punto che, non essendo più in grado di sopportare una vita simile, si buttò risolutamente nella mala carriera… dolce atmosfera! chi l’avrebbe detto! allorquando baciava un fantolino dal volto roseo, avrebbe voluto asportargli le guance con un rasoio, e l’avrebbe fatto molto spesso…

Bisogna lasciarci crescere le unghie per quindici giorni. Oh! com’è dolce strappare brutalmente dal suo letto un fanciullo che nulla abbia ancora sul labbri superiore e, con gli occhi spalancati, far le viste di passargli soavemente la mano sulla fronte, tirando indietro i suoi bei capelli! Quindi, d’un tratto, quando meno se l’aspetta, conficcargli i lunghi artigli nel petto molle, in modo tale che non ne muoia; ché, se morisse, non si avrebbe più tardi la visione delle sue miserie.

Adolescente, perdonami! Una volta usciti da questa effimera vita, voglio che siamo avvinti per l’eternità; a formare un essere solo, la mia bocca incollata alla tua bocca.

Anne e Lore devono però accontentarsi di un male molto meno ‘perfetto’ di quello descritto in questa collazione di tre brani (tutti tratti dal primo dei sei canti che compongono I canti di Maldoror di Lautréamont) che Joël Séria sceglie di fare loro leggere nel film: si accontentano di qualche dispetto dalle conseguenze più o meno gravi, dell’uccisione di piccoli animali, di provocare sensualmente – ma già questo si dimostrerà troppo per loro da sostenere.
La mora Anne è l’elemento attivo della coppia, è lei a ideare le cattive azioni quotidiane da compiere. La bionda Lore si adegua ma senza nessuna vera convinzione, per fedeltà all’amata. E tuttavia Anne è spavalda solo quando ha al suo fianco Lore, mentre nei momenti di solitudine è schiacciata dal peso del rimorso. Questa intrinseca debolezza, che riguarda entrambe le polarità della coppia, le farà presto cambiare di status: da aspiranti artefici del male a sue vittime. (Lore in particolare, è efficiente nel calamitare su di sé indesiderate attenzioni sessuali e questo permette al regista di pagare il modesto ma necessario tributo in termini di nudo al suo pubblico).
Dare lezioni di morale o teologia positiva non figura in ogni caso tra gli intenti di questo film. Quel che finirà per travolgere le due ragazze, sarà sì una conseguenza delle loro azioni, ma senza i connotati di una giustizia superiore. Non è il braccio armato del bene divino a trionfare qui, ma quello fin troppo umano della società, che si configura come una ulteriore forma del male ma opposta alla forma ideale Lautréamontiana: il male che l’ipocrisia borghese ha rimosso dallo strato più superficiale del suo edificio ma che continua a operare in segreto, dietro il ‘bene’ di facciata. La costante minaccia di questo tipo ‘profano’ di male, unita a quella per loro ancor più insopportabile di una separazione sempre possibile, porta ben presto le due ragazze a guardare in direzione di una sola possibile via di uscita, da loro rintracciata nelle due righe finali della citazione dal Maldoror:

…Una volta usciti da questa effimera vita, voglio che siamo avvinti per l’eternità; a formare un essere solo, la mia bocca incollata alla tua bocca.

Non ho tuttavia intenzione di spoilirizzare oltre e vi lascio adesso alla visione dell’estratto video che ho scelto di presentarvi, davvero da antologia. E’ la parte della recita scolastica, in prossimità del finale del film, dove, dopo un breve saggio di danza eseguito dai bambini di una classe inferiore, le due ragazze declamano tre componimenti poetici sul tema della morte: Il lamento del povero giovane di Jules Laforgue, La morte degli amanti di Charles Baudelaire, la parte VIII de Il viaggio, ancora da Baudelaire.
Aggiungo solo, per finire, una nota tecnica: mi sono occupato in prima persona di gran parte delle traduzioni e di tutta la sottotitolazione. Solo per la poesia di Baudelaire, La morte degli amanti, ho utilizzato, con lievi modifiche per adattarla meglio al video, la traduzione di Luciana Frezza.
Scritto da Ivano Landi [ivanolandi.blogspot.com/]

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