MISSION: MARIHUANA

Trama: Macario è un padre di famiglia che finalmente, dopo anni di assenza per lavoro, fa ritorno al focolare domestico. Tuttavia una brutta sorpresa lo attende, scopre infatti che i soldi che mandava a casa da un certo punto in poi hanno smesso di arrivare probabilmente a causa di qualche ruberia. Trovandosi così sprovvisto dei soldi per mangiare il piccolo Benito di soli 13 anni è dovuto andare a lavorare in qualche piantagione di marihuana senza che il padre ne sapesse nulla. Macario, disperato, comincia la sua estenuante ricerca per recuperare il suo bambino.

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Titolo originale: Operación marihuana
Lingua:
Anno: 1985
Paese: Messico
Regia: José Luis Urquieta

VOTO: 6 / 10
VOTO TRASH: 08 / 10

Recensione:
La mitica casa di distribuzione Futurama ci regala l’ennesima copertina fasulla che in questo caso ci promette azioni militari che non esistono. Niente berretti verdi, rossi, neri, gialli (ci regala anche una sgrammaticata sinossi tutt’altro che sintetica e dallo spoler facile) Questo film tratta di poveri lavoratori messicani sfruttati e trattati alla stregua di bestie da soma. La cosa importante da dire è la pellicola vuole essere un film di denuncia, creata per farci conoscere le condizioni dei lavoratori messicani nelle piantagioni di marihuana e, in particolare, la storia di Caro Quintero detto Rancho Bufalo Chihuahua. A sottolineare il concetto, poco prima dei titoli di coda, vediamo una serie di fotografie in bianco e nero, probabilmente autentiche, di lavoratori deperiti e piantagioni che vanno a fuoco. E’ un film sudamericano giusto? Quindi abbiamo anche una bella tragedia familiare che a tratti pone la questione della denuncia sulle violenze passa in secondo piano, essendo noi depravati del tubo catodico (e anche del cavo ethernet) abituati a vedere cose ben peggiori nei vari women in prison. Le cattiverie gratuite non mancano e in certe occasioni veniamo anche portati a guardare la violenza senza filtri (ferite fresche da arma da fuoco e morti freddati sul colpo o appesi come salami al sole) e non si può non provare pietà per i poveri peones che sono anche un po’ citrullones se devo dirla tutta. Registicamente non è fatto poi così male, la pecca più grande è sicuramente la grande lentezza che si avverte quando ci si rende conto di essere in un loop quasi asfissiante, intrappolati sempre nelle stesse due scene, quella dove i peones cercano di ribellarsi ma non ce la fanno, e quella in cui i peones vengono maltrattati. Un po’ di fantasia farebbe bene alle palpebre che devono combattere un po’ con la forza di gravità.

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