TOBOR – IL RE DEI ROBOT

Trama: Anni ’50. In piena corsa allo spazio, il dottor Ralph Harrison, ritiratosi in casa, ha progettato un robot comandato da una sorta di traduttore di onde cerebrali che rivelarsi strategico nella ricerca scientifica e nella sperimentazione dei voli spaziali. Tobor – così è ribattezzato l’automa, supera ben presto qualsiasi aspettativa mostrandosi adatto per molteplici impieghi e capace di simulare sentimenti ed emozioni umane.

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Titolo originale: Tobor The Great
Lingua:
Anno: 1954
Paese: U.S.A.
Regia: Lee Sholem

VOTO: 6 / 10
VOTO TRASH: 7 / 10

Recensione:
Che cosa c’è di meglio da fare negli anni ’50, in piena guerra fredda, di girare un film totalmente pro-patria adducendo metafore tecnologiche per fare della spiccia propaganda filo occidentale? Niente! Almeno secondo i produttori di questo film, guarda caso facenti parte della Republic Productions, un nome: un programma. E così nasce questo involontario raro gioiellino della produzione fantascientifica americana. Tobor, che come bonariamente ci rivela lo stesso film, vuol dire “Robot” letto al contrario. Le carte sono tutte lì. Tutte scoperte. C’è il belloccio, la bionda, il ragazzino vispo e intelligente (come dire, “guardate che noi siamo tutti così”) e il simpatico vecchietto, in qualità di geniale scienziato. Questa perfetta combriccola caucasica è coinvolta con il raggiungimento del nobile obbiettivo di sostituire i volontari dei progetti spaziali della N.A.S.A., con dei robot intelligenti e autonomi che sono in grado di recarsi su altri pianeti in qualsiasi condizione ambientale. E così nasce Tobor, robot impacciato dalle fattezze spigolose che riesce a riprodurre i sentimenti umani con goffi movimenti degli arti superiori, non avendo praticamente faccia. Ma qui nessuno può dormire tranquillo, perchè gli sgherri di un non ben definito “partito” (chissà quale?) hanno intenzione di rubare i segreti di quel robot, e sono disposti a tutto pur di ottenere il loro scopo! Non aspettatevi ovviamente sangue e azione, ma piuttosto una messa in scena più che classica e garbata, che definirei addirittura ultra-formale. Comunque tutto è al proprio posto, e tutto alla fine torna. Felici e contenti. Ben fatto Lee “lustrascarpe” Sholem. Notare il pungente astio per il lustrascarpe.

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