RIFLESSI DI LUCE

Trama: Federico Brandi (Gabriele Tinti)  è un musicista depresso e tormentato da drammi esistenziali, dopo aver perso la moglie Chiara (una piccola parte per Laura Gemser, l’ Emanuelle Nera di Joe D’ Amato) si ritrova a vivere su una sedia a rotelle, isolato nella sua villa, anche se circondato da una nuova compagna, Marta (Pamela Prati), da suo figlio Marcello (Gabriele Gori) e dalla sua segretaria Giorgia (Loredana Romito). Eventi perversi scuotono la casa.

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Titolo originale: Riflessi di Luce
Lingua:
Anno: 1988
Paese: Italia
Regia: Mario Bianchi

VOTO: 2 / 10
VOTO TRASH: 9 / 10

Recensione:
Scordatevi la parola “erotismo” e imparate il vero significato della parola “sofferenza“. Questo film al limite del softcore, è un sadico gioco ad annoiare lo spettatore ammorbandolo con i patetici drammi esistenziali e i violenti tiramenti di culo del protagonista, Federico Bandi. Se non altro interpretato da Gabriele Tinti che è l’ unico attore decente in questo film. La Prati è una vera statua di marmo popputa e tiratemi addosso tutta la verdura che volete ma sicuramente per ottenere scritturazioni come queste sarà stata brava a fare altro, non certo a recitare. Posso dire lo stesso della Romito (che interpreta un personaggio dall’ esistenza inopportuna ed enigmatica) e anche dell’ italiana Jessica Moore (all’ anagrafe Luciana Ottaviani) il cui personaggio non ho citato nella trama perchè ancora più inutile (vi basti solo sapere che quando va in moto per fermarsi semplicemente si rovina per terra con la moto). Ma che cosa ci stanno a fare queste sgallettate se al massimo fanno vedere mezza tetta (eccetto la Prati che più volte regala nudi integrali con tanto di pelo) ? Mistero, come misteriosi sono gli indicibili buchi di sceneggiatura che riguardano soprattutto il motivo per cui alla fine Marcello scappa di casa e si incazza col padre dopo aver visto Marta e Giorgia lesbicare…. Ma perchè? E queste 4 persone totalmente nullafacenti che abitano in una villa e girano in ferrari? Di cosa vivono? Questo film è veramente una autopunizione che risulta demenziale all’ inizio per via dei dialoghi surreali (in fatto di tempistiche di risposta, di forma e proprio rispetto a quello che dicono), diventa lentissimo e insopportabile nella parte centrale, per poi tornare sul surreale galoppante nel finale, con una specie di happy ending dolceamaro agghiacciante dove si scopre addirittura un amico immaginario di nome Lorenzo… che finezze, che sfumature della psicologia umana… grazie Mario Bianchi per l’ ennesima perla di trash.

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