LOS ANGELES CRACK DOWN

Trama: Karen (Pamela Dixon) è una psicologa che collabora con la polizia, è sposata con uno psicologo e sente una vera e propria vocazione per aiutare gli adolescenti disadattati. Invita così a casa sua due sedicenni disadattate che provengono da situazioni poco lecite. Fionna (Kita Harrison) una ragazzina di colore che gira film porno sognando di diventare una star del cinema (il film è ambientato a Hollywood), e Angie (Tricia Parks), una tossicodipendente legata al giro del narcotraffico.

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Titolo originale: L.A. Crackdown
Lingua:
Anno: 1988
Paese: U.S.A.
Regia: Joseph Merhi

VOTO: 2 / 10
VOTO TRASH: 9 / 10

Recensione:
Pessima, pessima, pessima pellicola proveniente dal re del sonno Joseph Merhi, Zeus di tutti i masochisti dello schermo, coloro che osano sfidare le leggi del buon gusto. Siamo ancora una volta vittime della personalissima visione di che cosa sia il cinema per il regista / produttore di origini siriane. Merhi vuole farci vedere situazioni difficili e drammatiche con picchi di violenza suburbana che, se condite in salsa action (come in film come Omicidi A Hollywood e Strade Violente) possono anche funzionare (spesso con effetti risibili), ma questa è una di quelle volte in cui devo proprio dirlo: hai toppato alla grande. Ma come? Un inizio così sanguinario dove si sente perfino il rancido odore del crimine misto a olio da freni, sparatorie con cadute al rallenty e sbruffi di sangue da canotte sporche e poi? Se volessimo tracciare uno schema sul climax del film dovremmo disegnare una lunga “U” che parte dall’inizio e arriva alla fine. Nel mezzo c’è una versione noiosa, scadente, ripetitiva di uno psicodramma familiare unito al vano e patetico tentativo di recupero di due adolescenti irrecuperabili. (attenzione inizio SPOILER) La loro irrecuperabilità viene sancita tra l’altro unicamente dalla loro morte, giacchè le due attrici sono totalmente incapaci di trasmettere alcun senso di ribellione, di estremo disagio, di odio contro la vita, tutt’altro. (fine SPOILER). Anzi, siamo addirittura ammorbati da DUE e dico DUE compilation di immagini di ridenti passeggiate che le tre svalvolate compiono per la città, con un commento sonoro degno della sigla de I Robinson. L’inutile tentativo poi della psicologa di portare avanti un’indagine è una tediosa sotto trama che non serve a nessuno, eccetto a sancire finalmente la fine della sofferenza dello spettatore con la scena della vendetta personale in puro stile Charles Bronson. Il top è evidentemente tutto il segmento iniziale fino a che appare la poliziotta di Don Mazzi e poi alla fine quando Merhi ci suggerisce che, nonostante tutti gli sforzi, non cambierà mai niente nell’ esatto momento in cui vediamo l’ ennesima minorenne che viene adescata per interpretare l’ ennesimo film porno. Sinceramente, l’unico motivo per guardare il cinema di Joseph Merhi (oltre a farsi due risate con gli amici) è questo, il suo nichilismo pesante.


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